BIGLIETTO PER L’INFERNO (Fra’ Claudio Canali oggi afferma:”L’artista che c’è in me non è morto, anzi,…però è più cosciente”)
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LA STORIA

Il Biglietto per l’Inferno nasce nel 1972 a Lecco, dai residui di due formazioni giovanili di rock locale, i GEE e i MAKO SHARKS. Dopo innumerevoli ore di studio e di prove sulle sonorità appropriate da conferire all’impronta stilistica del gruppo, tenuto conto, soprattutto, dell’ intento di una realizzazione discografica artisticamente di qualità, da concentrarsi in una proposta creativa univoca, conforme alle singole personalità musicali dei sei componenti, rispettosa del contributo di ciascuno all’ identificazione di un solido livello professionale sfociante in una personalità compatta e dalle idee chiare, viene varato l’album ufficiale, “Biglietto per l’Inferno” (Trident – 1974), capolavoro che si fa subito ascoltare al 100%, contenendo brani dalle risoluzioni armoniche piacevolissime, perentoriamente connesse, in modo perfetto, a liriche altrettanto godibili, costantemente celebrate dal particolare aspetto esecutivo e di accentuata spettacolarità, almeno sulle considerazioni emotivamente impareggiabili, che l’estroso cantante-flautista, Claudio Canali, da Molteno, pare costantemente affidare, sul palco, alle proprie eccezionali capacità interpretative, a un look di contrasto, abito troppo innocuo, con giacca, cravatta e occhiali da sole femminili, “raddolcito” da una fluente barba rossiccia, a condire una voce sensazionale, impertinente e misteriosa insieme. E’ impellente la necessità, oggi, di evidenziare come la sua opera artistica, di vocalist e compositore rock, si sia, in un certo senso, fusa e amalgamata con la sua opera-vita, che si fa altrettanto “ascoltare” subito al 100%, per altre ispirazioni e nobili obiettivi, avendo egli solennemente pronunciato i voti perpetui, il giorno di Domenica 17 Gennaio 1999, all’età di 46 anni, davanti a parenti e amici, tra i quali, i commossi componenti di questo strabiliante gruppo di “hard prog”. “L’uomo trova sé stesso subordinandosi al gruppo; e il gruppo raggiunge il suo fine soltanto servendo l’uomo e sapendo che l’uomo ha dei segreti che sfuggono al gruppo e una vocazione che il gruppo non contiene” (cfr. “Les Droits de l’Homme et la Loi Naturelle” – 1945 Parigi). La musica del B. per l’Inf. sembra pervenire da organizzazioni culturali lontane dall’uomo moderno, da lande sconosciute al potere temporale, da regioni dominate da precise gerarchie di valori, in un alone profetico ammaliante, totale. C’è qualcosa che non passa inosservato, un ingrediente che appare estraneo al rock, forse un elemento educativo, una morale che stranamente il rock pare assecondare, un messaggio evangelico che fila a meraviglia con le muscolose forme della musica hard. Turbinii di emozionanti certezze conducono il fruitore a rafforzare l’attenzione sul percorso, che si scruta e si nasconde insieme, dentro la fitta ragnatela di memorabili paesaggi “progressivi”. E’ un fare deciso, quello di Canali al microfono, supportato da compagni lesti e abili ad appoggiare le intrattenibili, imprevedibili accezioni vocali, a seguirlo fino all’impossibile, per assecondarne e idealizzarne, a un tempo, l’ impressionante arte interpretativa del racconto, che scorre liscio, assetato di un arrivo, di una meta improbabile che, pure, si avverte prossima, percettibile. Sono musicisti dal sangue caldo questi, provinciali che la sanno lunga, artisti che si foggiano all’arte del genuino istinto, alle riserve della saggezza tramandata da villaggio a villaggio, da agro ad agro e recuperata in tempo alle tendenze delle nuove correnti “prog”. Bisognerebbe cercare di capire come sia frullato, nella mente di cinque giovani di provincia, un modello così oliato di simbiosi testo-musica, reso ancor più interessante dal robusto collegamento ad uno sbocco spiritualistico, nell’ambito dell’eterna tenzone Bene-Male. Ed è proprio il contrasto di valori decantati, che fa da sottofondo alla originaria opera del “Biglietto per l’Inferno”, a creare il tessuto adatto ad un ascolto tenuto stretto stretto all’ insegnamento religioso, ricevuto con il Cristianesimo dell’educazione primigenia, con l’istruzione di onesti genitori. Ne scaturisce un prodotto progressivo esaltante, che non cede mai il passo a tentennamenti di sorta. Il risultato si culla su un rock elaborato sì, ma costantemente intriso di aperture asimmetriche al classico, al jazz, all’avanguardia. Sono presenti anche riferimenti alla musica progressiva estera, in primis ELP e Jethro Tull, ma tali tributi si pagano volentieri per dichiararsi pronti al confronto, sulla sfida dell’originalità. E questa non manca nel mitico disco della “Trident”. L’operazione culturale ma direi, senza tema d’ingannarmi, sociale e storica del sestetto lombardo, scuote gli ambienti “avanzati” della scuderia milanese, guidata da Maurizio Salvadori, coraggioso condottiero e paladino delle espressioni musicali giovanili più underground dell’epoca, assiduo manager dello spettacolo, promotore di tour indimenticabili come quello dei Van Der Graaf Generator, insuperabile nell’Italia del Nord, come più tardi il genovese Vittorio De Scalzi, del Circolo “Magma”, a credere fermamente alle potenzialità creatrici della composizione rock progressiva, in conturbante crescita nei musicisti stranieri e italiani del tempo, e nella diffusione “live” delle good vibrations: i concerti, visti per la prima volta come momenti essenziali e irrinunciabili del riconoscimento di un’identità giovanile libera dai condizionamenti del mercato discografico e più consapevole della forza interiore, artistica e umana, di un impegno politico più ragionato e meditato. Oggi abbiamo acquisito prove scientifiche a dismisura, sul fatto che il prog italiano ha costituito una potentissima purga contro i terribili mali di pancia del provincialismo dilettantistico-ginnasiale e insieme divistico-sentimentalistico, procurati (culturalmente ?) dalla TV agli italiani nel periodo 1954-1969, fatta eccezione per il documentario “Clausura” di Sergio Zavoli e Piero Pasini, del 1958, con il quale, per la prima volta, un microfono faceva ingresso nel profondo segreto di un convento di suore di clausura, precisamente quello delle Carmelitane Scalze di Via Siepelunga a Bologna. Ma il prog italiano è stato, ed è, una micidiale denuncia della “zoppia gnoseologica” che deprime e condiziona in generale, come dimostreremo in prosieguo, l’essere umano dell’era moderna.

Il “Biglietto per l’Inferno” arriva ad incantare per l’ oggettiva bellezza della pietra donata alla Gliptoteca del Museo Pop, rivelata, fin dalla sostanza creativa dell’intaglio, ai boss dell’”Organizzazione Trident”, che accolgono a braccia aperte Canali & C, realizzando il primo mitico Long Playing, che sarà ascoltato da milioni di persone, ristampato in Italia e all’estero, specie in Giappone, sia legalmente sia per vie traverse. Tra questi milioni di estimatori anche Lucio Battisti, che ne ricavò, all’ascolto, un’ottima impressione. La nostra analisi, effettuata con criterio severo e attento, indica il tracciato obbligato del “Biglietto per l’Inferno”, tentativo di descrivere una crisi di coscienza del protagonista del racconto, che paventa d’ esser travolto da dilemmi morali in grado di squarciare l’anima e portare alla follia. Si scorge l’immanenza di una lucidità di fondo che, pur nei contrasti e nella durezza del linguaggio rude del rock, sfocia in una sorta di dolcezza persistente, che conforta fruitore o melomane, che induce ad intravedere gli eterni consigli di un Dio nascosto, potenza sempre pronta a mieter pace nel centro degli smarrimenti dell’anima: “Homo non ordinatur ad communitatem politicam secundum se totum et secundum omnia sua…Totum quod homo est, et quod potest, et quod habet, ordinandum est ad Deum” (da “Summa Theologica” di San Tommaso d’Aquino). La chitarra elettrica, il sintetizzatore, il flauto, timbrano indelebilmente i documenti richiesti per la formalizzazione del “lasciapassare dei capolavori di tutti i tempi”. La maturità del gruppo sta nell’avocare a sé il diritto di saggiare una strada diversa, un messaggio che peschi in profondità, nell’intimità della Storia, nelle viscere del Destino, nell’imprevedibilità del Mistero, nelle intuibili lande della Riconciliazione. Per una volta almeno, un prodotto con una anomala fisionomia, assolutamente lontano dai fantasmi delle droghe, chimiche e mentali, esce allo scoperto. Il merito dell’apparato prog italiano, se si esamina con perspicacia tutto il patrimonio lasciato sia dai gruppi più apprezzati e osannati, sia da quelli misconosciuti ma validissimi, è stato quello di operare uno stacco netto dal passato, ricominciando da zero, per rimettere in discussione la stessa destrutturazione dell’ideologia nascente, che apparentemente non portava a nulla. Eppure da quelle scintille di ingenuità, di immediatezza, di istintività, e, se volete, di immaturità, si sono sviluppate evoluzioni spirituali di insospettabile spessore che tributano, in qualche modo, la necessaria importanza a quei primi passi, esitanti, inesperti, nel campo dell’”Arte Rock”, come sembra dedursi dalle seguenti affermazioni “fuori del tempo” di Fra’ Claudio Canali, cioè dell’uomo di oggi, rilasciatemi in occasione di una recentissima intervista: .

Il punto liberatorio, attribuibile al movimento musicale progressivo dell’Italia anni ’70, è stato quello di focalizzare i problemi, esaltando musicalmente le contraddizioni delle mille soluzioni alla portata, ma così rendendo percorribile la via, unica ed alternativa, per uscire dalle ambiguità della scelta culturale e politica, scevra dal chiodo ossessivo della rivoluzione proletaria di matrice storica. Ancorarsi, al contrario, alla soluzione dettata da una voce interiore, ha costituito la massima scoperta non-ideologica, vera Rivoluzione del Progressivo italiano. Si ascolti bene il brano “Consiglio“ dell’Uovo di Colombo e, in particolare, il tratto testuale “… io non ti salverò, sei soltanto tu che puoi…” , e si capirà il rafforzarsi, il ritemprarsi nella musica rock, dell’idea di come ciascuno sia responsabile della propria vita, del proprio iter preparatorio, finalizzato a un “al di là”, da impreziosire, con la propria condotta, già “nell’al di qua”, apoteosi della selezione dei pensieri per la lotta all’istinto. Un giovane o un anziano, a sentire una simile, coinvolgente atmosfera musicale, reagisce, ancor oggi, parlando a se’ stesso sul senso reale dell’esistenza e, statene certi, alla fine si ravvede anche se alcolizzato o drogato o traviato. La musica progressiva è dunque una sferzata di salute per l’anima, in quanto stimola a rivestirsi daccapo, fin nei minimi dettagli dei bottoni (floreali, della contrizione), dei polsini (a pois, dei ripensamenti sui peccati di cui ci si è macchiati), delle stringhe (multicolori, della speranza di liberarsi dai lacci dell’irresponsabilità). Su siffatte motivazioni, ritengo, il cultore del progressivo italiano avrà modo di gettare le basi di un personalizzato zoccolo escatologico, per comprendere che, in buona sostanza, le masse giovanili, raggiunte, dagli anni ’70 ad oggi, dalle lezioni di saggezza racchiuse nei dischi realizzati dalle progressive bands della unanimemente riconosciuta epoca d’oro (vedi altro illustre esempio nel LP “Inferno” dei Metamorfosi, audaci nel metabolizzare Rock & Dante Alighieri), si sono sempre più arroccate al modus vivendi più giusto, più consono alle aspettative mediate dallo scandaglio del libero arbitrio. “Se tu cercassi un poco in te, capiresti i tuoi perché…” recita il citato brano dell’Uovo di Colombo, e, francamente, frasi di questo tipo in un contesto canzonettistico, non potevano essere tacciate di apporto demagogico!!! Purtroppo, con lo scorrere dei lustri, si è dovuto amaramente constatare che, a svantaggio l’umanità, accecata dal benessere che non dà mai tregua, è l’accumulazione dell’inneggiamento alla materia e al potere, ad avere la meglio. Sono i bombardamenti della pubblicità televisiva a spostare l’attenzione del ricevente su cose di poco conto, e, quindi, a svilire immensamente il valore di quell’insostituibile campo di battaglia contro il male, la vita. Il prog è una vera e propria panacea, riuscendo a svolgere una adeguata funzione di risveglio della coscienza, che porta a chiederci le ragioni di tanta distruzione. Non si può rimanere insensibili nell’ascoltare la reazione spontanea, che si fa largo nell’animo, direi con paranormale intensità, quando introiettiamo psicologicamente il brano, firmato De Simone – Capotosti, “Stagione che muore”, dei Dalton, dal LP “Riflessioni: Idea d’Infinito”, specialmente i testi, che ricordano le parole di Pier Paolo Pasolini sulla sparizione delle lucciole: “Dove sono le farfalle? Non me le ricordo più, sono almeno dieci anni, che non ce ne sono più…è una stagione che muore, tra i rumori della città…”. Vogliamo significare che si otterranno “premi dentro”, cercando di incanalare il Bene, cioè la voce della coscienza, passata al setaccio della corrente prog, in spazialità di persuasione su un “poter essere un’altra cosa”. E’ ciò che accade iniettandosi “Zero” di Claudio Rocchi, che in-canta così, nel LP , del 1975: “Gli apro la finestra, non voglio cercare di schiacciarlo, l’insetto che mi vola nella stanza io posso liberarlo, per quanto fermo in qualche posto tu possa illuderti di stare, il ciclo che ti assorbe va ben più in là di dove tu ti vuoi fermare, rifiuto, questo è il gioco, quello che per me è irreale, mi accorgo che però chiamo vero solo quello che io so capire…”. Fate l’esperimento di porgere sistematicamente orecchio al vostro cuore, mentre gira sul piatto questo disco dell’altro illustre Claudio, e, all’unisono, il vostro sguardo si posi sull’ultimo aggiornamento di Televideo circa i morti caduti in Iraq, Afghanistan, Libano, Gaza. E’ sempre l’uomo “in persona” a rovinarsi da se, illudendosi di immettere, nel delicatissimo equilibrio esistenziale, regole assurde di sua invenzione, non affatto idonee a mantenere in piedi quel fragilissimo sistema di cui egli stesso è parte, e che egli stesso si ostina a considerare iniquamente, cioè ignorando pedissequamente , disponibile nelle gratificazioni dello “spirituale”. Svanisce, in tal modo, il senso della prova rispetto alla ricerca della verità, rispetto a cose che si vogliono far passare più grandi di noi, come tali inarrivabili, e che, al contrario, sono parte essenziale del sostrato costituzionale dell’uomo. La morte dell’uomo comincia dalla disattenzione per i problemi sostanziali della vita, “non serve il denaro, e nemmeno la gloria, occorre scavalcare l’idea di realtà”. Sul fronte della sperimentazione minimalista, già nel 1969, con i “Fantastic Glissando” di Tony Conrad, si mettevano alla prova le barriere naturali della sopportazione dei rumori molesti, ed era arguto pensar che mai si sarebbe potuto negare il fascino, in quel suono fastidioso ex sine-wave oscillators, di una presunzione musicale che, compiacendosene, cantava vittoria per la letale stoccata alla cultura, cambiandosi l’asse del tuo corpo, frammentandosi l’essere-parte, spostandoti “altrove”, scoprendoti piccino dalla “visuale delle orecchie”. Cinque anni dopo, sul fronte giovanile, con l’ album del Biglietto per l’Inferno, si acuiscono i ritmi dello scontro interiore tra il mondo esterno, quello della carne e degli istinti (“I live for Rock n’ Roll”), e quello fatto delle riflessioni e dei pensieri personali circa la cura dell’anima (“I live for God”). Per intere generazioni di ragazzi, non avvezzi allo studio dei filosofi e dei poeti, trovarsi di fronte a personaggi “rockettari” che ti sparano addosso, con le attraenti “diavolerie” elettriche, i conflitti interiori, equivale a trovare una solida maieutica, ad assimilare, in tempo reale, la vera rivoluzione del modo di affrontare la vicenda terrena e le sue inevitabili misure, di gioia e sofferenza. In tal senso, alla Scuola del Biglietto per l’Inferno, la musica diventa dialogo e dalla prima lezione il giovane ha appreso, sotto il segno della ragionevolezza, che ai dispiaceri (the sorrows) non ci si debba superficialmente opporre, imboccando un vicolo cieco, quale l’autodistruzione con droghe e dintorni o quale il buttarsi da un ponte. Il discepolo della musica liberatoria ha compreso che la Scuola del Progressivo ha sostituito l’Università, a cui egli non ha mai potuto materialmente iscriversi : grazie a tale realizzazione, il così detto rockettaro abbraccia l’unica alternativa intelligente, rappresentata dall’immagazzinamento di un permanente stato di coscienza superiore. In tal modo, egli verifica in tempo reale, nell’onda d’urto rock, d’aver sconfitto il male e d’aver gettato nell’immondizia le illusioni della cattiva strada, lo stato passeggero e vano di un alcolizzato qualsiasi, di un drogato anonimo, di un traviato rassegnato. Egli sa nel più profondo quale valore vitale sia eternamente incastonato nella musica del suo linguaggio, il progressivo, nella musica della sua poesia, il rock. E quando, col tempo, avrà saputo dosare, nella sua mente, l’equilibrio del sano gusto musicale, attraverso l’amalgama della dimensione sovra temporale di culture diverse per astrazione storica, conciliando, per esempio, Chopin ed Hendrix, viste nel corpo unico della struttura sapienziale dell’Armonia, egli avrà raggiunto la meta di “vedere” la musica nel senso reale di “parlata universale di Dio”. Non attingerà più dall’alto della partitura accademica perché le emozioni assolute si identificheranno, da sole, con la realtà sociale esattamente codificata nello spartito. “Il giusto Chopin”, scendendo in piazza, non scandalizza più, primo perché non c’è bisogno di andarsi a comprare il LP (RCA Red Seal-LSC 2368) di Artur Rubinstein “Scherzi (completi)” secondo perché, quale parte del patrimonio comune dell’umanità, esso viene diffuso già “on air” attraverso Murple, Osanna, De De Lind, Balletto di Bronzo, Quella Vecchia Locanda, Delirium, Premiata Forneria Marconi, Orme, Banco Mutuo Soccorso, Uovo di Colombo, Edgar Alan Poe, Biglietto per l’Inferno, Gruppo Italiano di Danza Libera, New Trolls, Osage Tribe, Jumbo, Pierrot Lunaire, Raminghi, Teoremi, Dalton, Exploit, Garybaldi, Rovescio della Medaglia, Procession, Alluminogeni, Pholas Dactylus, ed il tocco classico del pianoforte a coda, urla, dalla prima linea delle brigate rock, le rivendicazioni storiche ed antiaccademiche del potere culturale, a tutto vantaggio della contingente condizione giovanile. Non c’è jazz che tenga ed è sconcertante, nella drammaticità dello striminzito circuito che rimane tra la Poesia e la cronaca, registrare, per scherzo di Fato, che lo zio di Carlo Giuliani risponde al nome di Roberto Giuliani, chitarra e voce dei Maxophone!

Abituati già, molto abituati a vedere la violenza mitizzata grazie al Carlos/Kubrick di “A Clockwork Orange”, nella pellicola filtrata da Beethoven e Rossini, noi rockettari progressivi ci siamo affinati, nel nostro limbo progressivo, nel rimescolare tutto e il contrario di tutto, lavorando sulle contraddizioni ipermusicali, sul sentimento incontaminato, per affrontare la vita nella e per la lezione ricevuta. I Teoremi sempre preferiti a Keith Jarrett, anche se il piano-teorema porta lontano, esattamente come il rock fuori-schema dei Teoremi. Ma forse, per apprezzare di più il senso recondito del progressive, dovevamo ricostruirci la pelle bruciata alla Scuola repressiva (prego collegarsi a “Metallo non Metallo” dei Bluvertigo e riflettere su “lezioni che subisco a scuola servono solo per il mio malditesta”), assorbendo ariette e spifferi dei concerti rock progressive. Il “classico” non è un vestito, è uno stile, e il concetto spazia fino al black hole, quando cioè la mente arretra di fronte all’irrazionalità del razionale, o meglio, di quello che era stato propinato come razionale. Fin dall’asilo, con quella povera croce appesa al muro. Il recupero del condizionante catechistico, misura contro-insegnata come infantile, trova riscontro nella pietra di paragone di tutto l’emisfero occidentale rappresentato dal gioiello della Trident: “ Un Biglietto per l’Inferno” oggi ci dice che, da piccoli, siamo stati sviati da Cristo, in altre parole qualcuno, che aveva il ghiribizzo del “trasgressivo”, ci ha fatto dubitare, ci ha fatto deviare, attenzione, non tanto dalla Chiesa Cattolica, ma dalla infinita possibilità emotiva, e quindi, poetica, della dimensione divina. Ci è stata quindi tolta indiscriminatamente una enorme potenzialità, dal primo cretino che ha creduto di farci emancipare culturalmente, socialmente, umanamente, mettendoci in mano uno spinello, o forse soltanto una sigaretta, o una rivista vietata ai minori. Il B. per l’Inf. riconquista, con il rock, lo spazio negato, l’occasione sottrattaci dalla altrui deficienza mentale. Se si potesse tornare indietro, da amico suggerirei a Canali e alla sua banda di dare il nome “Alessandro Manzoni” al gruppo, per il semplice fatto che, in entrambi i casi, del grande scrittore convertito e del grande cantante “rinsavito”, la nemesi storica arriva puntuale all’annientamento del potere egoistico e capriccioso, sia per quel che concerne le ingiustizie subite nei “Promessi sposi” da Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, sia per quanto riguarda le umiliazioni e gli sberleffi inferti, nella realtà, alla Musica Progressiva Italiana. Le lacrime, a tal proposito, scendono copiose dalle mie gote, quando accosto l’immagine attuale di Fra’ Claudio Canali al pensiero di Jacques Maritain: ”Se lo sviluppo dell’essere umano ha luogo nel senso dell’individualità materiale, egli andrà nel senso dell’io odioso, la cui legge è di prendere, d’assorbire per sé; e nello stesso istante la personalità come tale tenderà ad alterarsi, a dissolversi. Se, al contrario, lo sviluppo va nel senso della personalità spirituale, allora l’uomo si dirigerà nel senso dell’io generoso degli eroi e dei santi. L’uomo sarà veramente persona soltanto nella misura in cui la vita dello spirito e della libertà dominerà in lui su quella dei sensi e delle passioni”( cfr. “La persona e il bene comune” – 1948 Brescia ). Se dalla profondità della musica classica traspare netta l’impressione che “ci tocca inesorabilmente passare per questa vita”, ancor più chiaramente riescono a fare, in tale senso, musica e testi del Biglietto per l’Inferno. Il rock appare nel suo disgretolarsi e, disciogliendosi in laghi di inusitato gioco progressive, si distanzia, nelle liriche, dalla cultura giovanile svanita, tutta affaccendata nelle “cose” della temporalità anti-fede. Ma il progressive italiano si smentirebbe se, anche a scommetterci, tradisse il principio di essere tutto ed il contrario di tutto. Ebbene sì, cari signori, nel Progressive entra anche la fede, anzi, il dubbio costruttivo che ne deriva. Ne “Il prete e il peccatore (fede)” (di Lubiak – R. Cochis – P. Cassano) del gruppo prog italiano dei J.e.t. (LP “Fede, Speranza, Carità” – 1973 – Durium MSA 77307), in un dialogo drammatico sul peccato, il prelato smentisce il peccatore, ricordandogli di provare, anch’egli, le passioni: “Prego il Signore ogni giorno, ma sono un uomo come te. Come te non resisto, e quando poi la voglia c’è, sento il sangue che brucia dentro me…” . Interviene nel dialogo Dio stesso, misericordioso, a mettere luce ed ordine: “Figlio mio, chi ti parla sono io, il tuo Dio, se hai paura, se hai paura cerca me che, un dì uomo, ho sofferto come te, e capisco come è facile peccare… quando tu senti che il desiderio ti chiama, prega Dio, prega Dio, prega Dio, prega me”. Allora il peccatore cerca di far cadere in tentazione il prete, interpretando a suo modo il messaggio divino, e quindi provocandolo con l’invito : “…lasciati andare una volta, sbagliare puoi come me”. Il rappresentante del clero, come risposta, ammonisce il peccatore, evidenziandogli tutta la verità del proprio vissuto quotidiano: “…non sai, della carne sono schiavo, ma prego Dio e torno in me, perché Egli decise un dì così…”. Sorprendentemente, il “valore progressive” contenuto nel LP “Trident” del Biglietto per l’Inferno produce attriti positivi nell’ascoltatore, perché annettendo a sé la fede, plasma un potenziale, nuovo discepolo di Cristo. E lo fa naturalmente, evitando il rischio di insuperbirsi nell’orgoglio, che è, fra tutti i mali, come affermava Erik Satie, “quello che rende più stitici”, o, come pensava la mistica Itala Mela, “pone un velo fitto tra l’anima e il Signore,…..è opposto al vero e lo rinnega”. Non solo aperture, ma intense voluttà spirituali sono evidenti nell’opera del gruppo del tastierista “Baffo” Banfi e dei suoi prodi. L’apertura di “Ansia”, già rivela la prerogativa del Biglietto per l’Inferno, di affascinare mediante un suono preventivamente denso di accattivante scalpore : è la capacità di elaborare, nelle scale musicali, un impasto ricco di una presenza avviluppante di antinomie appartenenti ai dettami del grande rock, distribuito, passo dopo passo, entro stanze armoniche collegate da doors che introducono a scansioni prudenti, centellinate. Vale a dire, degna del miglior progressive, una frecciata originalissima quanto orecchiabilissima, afferrata al volo con il registratore cerebrale, viene bruscamente interrotta, almeno all’apparenza. Ma l’amaro della delusione di non aver trovato gli sbocchi logici che ti aspettavi, di procurare, alla sezione musicale, lo sviluppo razionale dell’ordito, viene a sua volta a bloccarsi nello zuccherino del piacere melodico, premiato dalla repentina introduzione di altra frase musicale, ancor più accattivante, ineluttabilmente legata alla prima, sì da far sparire l’originaria percezione negativa, resa dal tragitto mozzato. Allora, all’istante, comprendi che lo spezzettamento discorsivo fa parte della composizione, permeata di sfacciati controsensi, di spudorate contraddizioni in seno alla concettualizzazione sinfonica, forse ostica, mai assente. Il periodare conflittuale interno delle note musicali, l’un contro l’altra armata, è una reale sinfonia per gli amanti del “prog”, e riflette alla perfezione i chiaro-scuri delle argomentazioni armonico-testuali, per l’occasione (v. il successivo brano “Confessione”) spostate sull’asse dei “sentito dire” sui preti….. e quale è mai sta’ razza? Lo stato d’animo costituito dall’ansia del peccatore di uscire dal tunnel del rimorso per aver ucciso, è di per sé stesso una tematica infinita, è un vulcano imprevedibile, pericolosamente in attività. In vetrina, senza veli è esposto il mio ricredermi, appena compiuto il misfatto, a sangue fresco. Le note vi ruotano, cozzano tra loro, ma è il rimettersi in discussione che salva l’uomo sinceramente pentito. E’ questo il vero “Disco Inferno” , i Tramps della Disco (1976) sono “rimossi”, proprio perché scappa via la spensieratezza della “disco music” nel vinile della Trident, si disquisisce del pentimento, malore dell’incoscienza, il bimbo diventa improvvisamente adulto, si sveglia dal “torpore cominciato dalla deviazione da Cristo”, passando dallo stato di incoscienza allo stato di coscienza. L’anima principia ad assumere un abbozzo di forma. Non si staglia sul dimenare i fianchi, l’orizzonte del progressive, esso scava nelle fondamenta della fragilità umana, nel fraintendimento dell’esistenza, nelle cadute percettive delle illusioni. Abbattuti come bovini al macello, i nostri pensieri (labili?) si spalancano comunque alle fiamme dell’avvicinamento del Biglietto per l’Inferno ai Tramps, ma è che la mente progressive è avvezza, in partenza, a questo tipo di deviazioni critiche…ed autocritiche. Il rimedio è sempre in agguato: Bruno Martino, che artista progressivo non è, in “Il pianoforte e Tu” (1980), canta, rivolgendosi alla propria fidanzata “… a forza di ascoltare per anni disco music t’hanno mezzo incretinita”. Per quelli come noi, esiste un prima e un dopo, non solo cronologico, nel compiere un omicidio, ed è il Sacramento della Confessione, attraverso il suo lavacro, a trasformare il dopo in prima, è un ridiscendere agli inferi, scottarsi e risalire la china, nell’atto contrizionale, incapsulato nell’Atto di Dolore. L’atto criminale è il clou di un’esistenza condizionata dall’elemento perverso, assimilato nella psiche, inclusivo del modo di accettare passivamente il mondo, elemento che andrebbe isolato prima con l’aiuto della musica antidemagogica, indi gestito con l’autocontrollo: ecco quanto giocherebbe il ruolo dell’uomo vero nei momenti critici, più difficili da dominare, ove, il più frequentemente a livello reattivo, odio e vendetta vincono il perdono. Non voglio circoscrivere i demeriti della “disco”, ma la fissa per quel tipo di musica, alla lunga finisce per “datare il messaggio”. Al contrario un ” Biglietto per l’Inferno” è opera eterna, senza data, in qualsiasi momento tu lo faccia girare sul piatto, può essere il 1974, il 1602 o il 4888, ci ricorderà “il prima e il dopo”, liberando energie propiziatorie per riascoltarlo senza fine, per disporre di una catarsi senza fine (quindi per non sbagliare più, e averne verghetta da rabdomante). Conviene qui citare il filosofo Manlio Sgalambro, che, nel suo breve trattato “Contro la musica. Sull’ethos della musica”, contenuto nel recente libro “De mundo pessimo” (Milano 2004), fa accenno alla musica progressiva, in grado di “aggiustarlo qua e là (il mondo), metterci una pezza affinché possa essere ancora usato”.

La musica progressiva si colloca, in effetti, super partes, poiché macina ogni cosa, buona o cattiva, e la ricicla benignamente, a nostro esclusivo vantaggio. Rendiamo conto che stiamo gravitando nell’orbita di solo sette note, nell’Universo: è difficile allora scuotersi di dosso l’appiccicaticcio di denaro, fama, potere. Molti sono finiti male, altri hanno superato, come Carlos Santana, i temibili vischi, nuotando al di là della libertà. Quest’ultimo è uno dei personaggi più progressive, in quanto vita e musica si intrecciano irresistibilmente in un ideale connubio di carnalità e spiritualità, le cui tracce sono nelle orecchie di tutti, guardando all’itinerario della sua fantastica carriera tuttora in fibrillazione. “In to the fire” ci avevano buttato i Deep Purple, ma il candore progressivo del Biglietto per l’Inferno riuscirà a togliere ogni bruciatura dalla nostra epidermide, troppo maltrattata dalle mazzate di John Lord e affiliati. Il tutto e il contrario di tutto, si diceva. Appunto, Carlos Santana non è Claudio Canali. Se fossero uguali, il prog non esisterebbe, ci sarebbe l’”appiat”, ossia la musica “piatta”. Gli stessi Beatles non sarebbero più loro se non avessero preso “molti spunti dalla musica rinascimentale, con particolare riguardo, ovviamente, alla musica elisabettiana”. La tesi “allarmante”, ma non facciamoci troppo sentire in giro, è che le masse giovanili abbiano abboccato all’esca della sessualità facile, attraverso il mito della rivoluzione sessuale (“Forse molte anime giovanili non conoscerebbero certe cadute, se fossero illuminate convenientemente sulla ricchezza che il battesimo ha deposto in loro: non bisogna aver paura di predicare ai giovani e al popolo le verità dogmatiche più grandi; non bisogna immiserire il dogma”-Itala Mela). Da ciò l’appiattimento, l’automatizzazione del comportamento delle masse giovanili verso gli abissi dell’infimo e, quindi, l’omologazione totale nello svilimento del livello minimo di standards accettabili. Eppure, anche un figlio dei fiori rimane “uomo”, con le sue assolute normalità reattive “da uomo”, nel bel mezzo del rivoluzionario costume del “free love”, come si nota nel film d’annata (1968) “Psych-out” di Richard Rush, in cui, tra la musica psichedelica dei Seeds e quella dei Strawberry Alarm Clock, il protagonista, impersonato da Jack Nicholson, si ribella alla vista dell’amico che gli sta “soffiando la ragazza” in omaggio alla nuova etica del sesso. Il senso di ribellione scaturisce dall’impulso d’amore, dal “tirar fuori l’anima” (psych-out) insito nel moto di gelosia per la propria donna…e dal fango emerge, incorrotto, il sentimento, imbarazzante elemento antirivoluzionario, ancorché spontaneo, libero, genuino, ma nobile e non animalesco (cfr. “…l’amore vincerà di nuovo…” dal LP “L’uomo” – Osanna – 1971 Fonit Cetra). Conseguenza ulteriore e retaggio di tale stato di cose si sono registrati, nel corso dei successivi anni ’70, nell’autodistruzione delle droghe, dell’alcol, fino alla barbara esecuzione di omicidi. Tutto ciò, prevedibilmente, attraverso la perdita dell’autocontrollo, inteso come “allacciamento della cintura di sicurezza” tra il cervello e la coscienza, sede del cuore naturale, ossia del sentimento puro. Il “dominio di se”, in fondo, non si compra, come il cibo per gatti, al supermarket, ma è lenta conquista, a partire da una buona impostazione culturale, mai deviata dal rock, tenuta costantemente integrata e perfezionata da esso. Il progressive, come movimento musicale recettore delle inconcludenze e dei dilemmi del giovane, primo tra tutti “il morire in auto il Sabato Notte”, ha dato egregiamente soluzioni d’apertura mentale (open mind) e potrebbe, in futuro, porsi come “risolutore pocket” dei moderni drammi del popolo della notte, per indicare surrogati, ancora possibili, “al gettar la vita alle ortiche”. Un compact disc di progressive italiano devia, in automobile, “dal dimenare i fianchi in discoteca”, e non devia, con l’automobile, dalla strada maestra: tutto sommato, è meglio del cinema, col prog, la dimensione acustica della verità…di una serata diversa. Serata da trascorrere in auto a dimenar la fantasia contro la moda forcaiola del ballo-sballo. Il genio di Igor Strawinskij imperversa ancora nelle brume dei nostri “mattini n’guacchiat e’ suonn”, allorché, pionier progressivo, esso recuperò “anche i polifonismi rinascimentali, ed il recitativo secco al clavicembalo, ed il Rag-Time”. Al pari, un singulto di compunzione aleggia tra la strumentazione e le corde vocali del sublime sextet che dovrebbe ovunque “accudire” le nostre sciagurate ore del moderno “Sabato del villaggio”: Claudio Canali alla voce, al flicorno tenore e al flauto traverso, Giuseppe “Baffo” Banfi alle tastiere, Giuseppe “Pilly” Cossa all’organo e al pianoforte, Marco Mainetti alle chitarre, Fausto Branchini al basso, Mauro Gnocchi alla batteria. Sono le danze della disintossicazione dal “così fan tutti”. L’emozionale dimensione mistica che troviamo in certi angoli di Caravanserai di Santana e in molti “siti” dei tedeschi Popol Vuh, nel Biglietto per l’Inferno è rigidamente fissata alla loro poetica, “un alone di morte” che, come vedremo più avanti, è preludio a nuova vita, una piattaforma di lancio verso altri lidi in cui neanche vago è il presagio della fine, perché ogni istante è ardore, sfavillio, eterna luce del rinnovarsi nelle acque della purificazione. Gli inebrianti profumi che avvolgono le sensazioni di lasciar perdere per sempre lo sbattimento della discoteca. In Santana si avverte l’Islam, nei Popul Vuh il Buddismo, nel Biglietto per l’Inferno il Regno di Cristo. Nelle tre “prove di ascolto”, il fortunato fruitore matura l’impressione, che a poco a poco cementifica in lui la comprensione dell’anima, che la vita è un dono ma anche soffio, breve passaggio da cogliere al meglio, da non sbabanare, per “tutta” la sua durata, nel triviale. Immortalare il proprio sè nella fuggevole “virtù di coscienza” può essere l’antidoto che il “prog” regala, anche il Sabato Notte, senza timore (“Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede? – Mc 4, 40) . E’ la conquista del seme nascosto in noi, a riconquistarci alla vita, la chiamano “apprensione della speranza”, è il vero “gratta e vinci”. A pensarci bene, lampo di genio, essa sfringuella in densissimi attimi, già sperimentati tra solchi d’ indimenticabile vinile. E’ un bagliore tuttora presente nel “Bussa già la fretta di te” della Premiata Forneria Marconi, o in “Francesco ti ricordi in una dimensione nuova, a contemplare il mondo in sensazioni inedite” de Gli Atlantide o, ancora, in “… e ti vengo a cercare, con la scusa di vederti o parlare…perché ho bisogno della tua presenza, per capire meglio la mia essenza” di Franco Battiato”.

TRA I SOLCHI

Concentrarsi sempre sui perché, quando trattiamo di musica, è conveniente e costruttivo. La composizione-modello scaturisce dal nostro modo di rapportarci con l’aria, fermento di vibrazioni e idee, non semplicemente acustiche. Sta a noi sentirle, catturarle e selezionarle, in attesa del nostro miglioramento di esseri. Le prime parole di “Ansia” del B. per l’Inf., pezzo accreditato al “Biglietto” sul logo del vinile originale, separano l’assassino dall’uomo nuovo, dall’essere che anela a riscattarsi, a fuggire dall’”io vecchio”, ormai inservibile. E’ il rimorso, spesso, ad azionare la molla, pur essendo frequente un altro tipo di stimolo, vertente su propositi d’elezione, ossia collegati a volontà di migliorarsi: da qui la vera entità etimologica della parola “progressivo”, ancorata alla visione di una sostanziale crescita di qualità di sè stesso, nel caso di specie, attraverso l’elemento “musica”. A volte il riscatto morale viene direttamente da una canzone popolare, dal pop migliore della stagione migliore. Aveva centrato tale tesi anche l’ex Delirium, Ivano Fossati, ne “La canzone popolare”, ad esaltare il rispetto che un po’ tutti abbiamo il dovere di nutrire per questa ineguagliabile forma d’arte, la canzone pop, perfetta nella sua sublime vocazione a sintetizzare in poche battute musicali, le eterne, assolute verità: . Il brano, tra l’altro, è stato di recente interpretato nella gradevole versione “rock spinto” degli Afterhours, impegnati felicemente anche in una spiccata rielaborazione di “Gioia e Rivoluzione”degli Area. Si, dobbiamo sinceramente avere timore reverenziale per questo prezioso strumento culturale, la canzone, di cui abbiamo bisogno per aprire ad incommensurabili conquiste la vita di tutti i giorni, passe-partout per arricchire l’anima.

L’”ansia” del peccatore deriva da quel seme inestinguibile che ci trasporta verso l’augurabile purificazione, tentativo-dono, insito nella cellula della speranza, inestinguibile. Canali e compagni attirano a se’ l’attenzione di moltitudini di anime, desiderose di perfezionarsi : “Un amico ha parlato di preti, mai visti, chi sono? che fanno?”. L’uomo vestito di nero, il prete, visto tante volte come “luogo comune” di assurdità, prima, quella di sacrificarsi alla ricerca del Bene Utopico, menando l’esistenza nella totale invocazione a Dio, entità invisibile, dunque inesistente, secondo la più rozza delle opinioni, innaffiata da eserciti di “furbi miopi”. Il Biglietto rivaluta l’uomo nero, colto nel suo stato di grazia, reclamato dal peccatore quale ultima spiaggia del personale ravvedimento, nel rischioso crinale di disperazione, conato estremo per una riprogrammazione del suo sconquassato stato, attraverso il perdono, a dispetto dell’integrale, arroccata posizione dei giudizi e pregiudizi atei, spiccioli, frettolosi, irrispettosi, superficiali, da strada. Possano crollare, con l’ignoranza che si trascinano da sempre, i particolari aspetti di un’educazione lacunosa, scarsamente realistica, propizia all’ingratitudine, deviante dal corso naturale delle umane vicende, sprezzante di ogni pur minimo afflato di “Credo”. La Verità, disprezzata perché contumace, mai cercata, derisa, finirà per scovarti al momento giusto, sull’orlo del precipizio, nello stato di necessità. Riaffiora il suono della fede, quel silenzio che diviene assordante quando meno te lo aspetti, la grande energia a disposizione dell’uomo savio, che in Claudio Canali si affaccia sui terremoti dello squallore del rumore satanico, porta d’accesso alla stultitia, vibrione della morte dell’anima. La mistica Itala Mela ci ricorda che “il monaco che ha reciso ogni legame fra il suo cuore e le cose create, ha stretto legami ineffabili fra il suo cuore e il Creatore, il quale nella sua liberalità divina restituisce tutto al suo amore: un amore celeste che non è più separazione, ma unità con l’amore essenziale”. La forza della fede brucia le tappe e incensa i bagliori di un’armonia perduta all’alba dell’oscurantismo artistico di troppi musicisti che arenano le idee nel fango dell’LSD. Qui, per contro, in pieno oceano rock, si officia la rincorsa alla Verità assoluta, sfiorata e riconquistata nell’abbraccio della compunzione, riverita sulla “fin du monde present et mysteres de la vie future”. La voce carismatica di Canali è densa, calata magistralmente nel dramma interiore che si consuma, tormento morale che incendia il dilemma irrisolto. Pervaso da uno spasmo che, con sorprendente modalità umorale, incatena le migliori rappresentazioni interpretative della canzone italiana, dai tempi di Giacomo Puccini , ai canoni teatrali del melodramma, pur con l’autonoma statura di una ben delineata identità della canzone rock autonoma, libera di esprimere la propria “versione dei fatti” al mondo. Come dimenticare, in tale frangente, la magistrale interpretazione dell’extracomunitario, resa dai Truzzi Broders nel brano “Disoccupato rappo”, dall’incredibile album “N’zalla”, edito da “Totò alla prese coi dischi”, nel 1986 ? Cose molto affini per verve e musicalità già nella parola cantata, che diviene pari alla parola recitata, in “Confessione”, da Canali. Il brano è accreditato a “ G. C. Cappellini – O. Trimboli “. Il contrasto che avevamo trovato esageratamente”prog” sul piano musicale in “Consiglio” dell’Uovo di Colombo, tra una armoniosa introduzione stile classico-acustico e la scarica elettrica sul binomio tastiera-chitarra, viene a riproporsi in “Confessione”, spalancata su infiniti orizzonti: “Racconta, fratello, qual è il tuo peccato, dimmi con chi, quante volte sei stato, hai detto bugie, hai fatto la spia ?...”, ma il peccatore ha ancora esitazioni sulla equità del sinistro comportamento: “Ascoltami, frate, non so se ho peccato, ho ucciso un bastardo che avrebbe voluto coprire coi soldi il suo sporco passato, tentando così di beffare il suo Fato”. Si noti come risalti la parte data al denaro, “sterco di Satana”, elemento catalizzatore della questione, improntata ai principi di un’altra morale, impostata sulle regole di una diversa giustizia. Il prelato, infatti, replica duramente: “ Cosa dici, fratello, tu hai ammazzato, nel quinto, ricorda, ti è stato proibito, non posso salvarti dal fuoco eterno, hai solo un biglietto per l’inferno”. Al che, il malfattore gela tutto e tutti con una conclusione che fa tremare il tempio: “Ascoltami, frate, e dimmi se questo lo chiami peccato o un nobile gesto: ho preso dei soldi a un ricco signore per dar da mangiare a un uomo che muore”. Il suono titanico, rilasciato da tasti e corde, ara letteralmente le onde del mare aperto, al punto di incocciare zone tempestose, illustrate rapidamente da ingorghi elettrici di chitarra esaltata da siluri flautistici, di intensità rara, che erompono tra i marosi procellosi ricchi di spuma perentoria, nel pieno di un’orgia dominata da Nettuno, impotente, con il suo appariscente tridente (Trident), a riportare l’improbabile bonaccia d’un riequilibrio dello spirito. Come faremo, noi uomini, a sopravvivere senza la fede? Come potremo affrontare la vita nelle fauci della tentazione, se non fortificati da quel dono insostituibile che è fonte di sopravvivenza spirituale e di salvezza, la fede? Ricordiamo che nel finale di “Pregherò” (testo italiano della versione di “Stand by me”), Adriano Celentano cantava anni prima: “…la fede è il più bel dono che il Signore ci da’ per vedere Lui” . Il B. per l’Inf. intona: ”…sulla terra regna una regina strana, abita in castelli formati d’ogni via, cambia abito ogni sera e si chiama Ipocrisia”. E’ l’apice dell’arringa sulle leggi contraddittorie che imperano sulla vita degli umani, in tensioni conflittuali a non finire per la sopravvivenza, gabello da pagare per stazionare sul pianeta apparentemente ospitale, tema ampiamente trattato nella apocalisse aurorale del terzo brano, “Una strana regina”, accreditata al “Biglietto” sul logo del long playing. Accenni di solidarietà con l’amico che uccide e ruba, “sei come me” , ravvisandosi in essi, ad onta delle apparenze, solo commiserazione ed autocensura. Caro amico, siamo uniti in un atroce destino, ineffabile, congiunti ad una natura corrotta, propensa ad accontentare la passione, eppur tollerante con chi tenta di uscirne. Gli stessi santi son soggetti a tale sventura e soccombono sovente, a causa di simile situazione ambivalente, in colpe lievi e veniali, subendo gli assalti diabolici che portano a cedere agli inganni del vizio. La vita è però una lotta, una immane sfida che, allontanata ogni blandizia con la vittoria sulla mollezza, può farci soldati di Cristo, di Colui che versò il proprio sangue per acquistarci la Grazia Santificante. L’impianto compositivo di Banfi & soci riesce tenace, gradatamente si appropria della nostra totale osservazione d’ascolto, guidato da una spavalderia espositiva perfettamente informata alle eterne verità, sottese evangelicamente nei testi, puntualmente drappeggiati di fascino e mistero, esternati, con maggiore efficacia, dall’assoluta padronanza, al canto, di Claudio Canali, impeccabile maestro nel rendere fruibili e godibili i varchi per penetrare, istantaneamente, i mille segreti della sacra materia, continuamente messa in discussione dalla perversità descritta con sagacia, ma fermamente condannata dall’”Assoluto dogmatico”, espresso da una fede incoercibile che pervade, senza sosta, le liriche virtuosamente interpretate. E’ un autentico smacco per la ragione, fragile attributo della dimensione umana davanti al Trascendente. Pare che Canali, artefice del proprio “Io”, sia in grado di dettarci i segni inequivocabili di un cammino da lui stesso già sperimentato e reso ancor più credibile da una sorta di vena ironica che trapela, sottilissima, quasi impercettibile, dall’arcano timbro della sua magmatica voce, adattissima alle peculiarità del racconto, dall’irresistibile impronta progressiva, pesante in ogni solco di questo meraviglioso disco, storico del rock italiano. In esso, ciascuna nota ha la pretenziosità, bagnata dal successo, di scovare Satana nel suo alveo di putrefazione, e di spedirlo, dopo averlo munito di un “ticket to hell”, nel posto che più gli si addice. Il disco sottrae ogni forma di male alla materia umana, che ne esce rinfrancata, sollevata. Grazie a un ellepì così profondo, viene a sottolinearsi l’opportunità di immettere, nei Baccanali dell’Ozio, il pensiero di “Dio Solo”, vero volano, nella nostra miserrima esistenza in questa valle di lacrime, della speranza di salvezza. Radicale presa di posizione contro il lasciarsi andare, nelle stritolanti spire dell’amor proprio, il microsolco segna un reale inedito, all’interno del movimento musicale progressivo italiano e mondiale, non essendosi registrato, in precedenza, analogo messaggio morale così ficcante, così esclusivo, così sistematico, in viva opposizione all’Angelo della Ribellione, signore delle tenebre, messaggio ancor più efficace per le musiche di hard rock, rinvigorite, ulteriormente, da chiare venature di corposo progressivo, consone alle aspirazioni ispirate dai modelli propri dell’età più esposta all’”impantanamento da illusione”, che corre e correrà un qualsiasi giovane uomo del mondo, oggi, ieri, sempre. Questi, è scientificamente risaputo, in relazione alla tempesta ormonale che esplode nel suo organismo in crescita, si sente e si comporta come Giove Pluvio sulla terra, letteralmente spazzando via ogni cosa si trovi al suo passaggio: giusto in simili circostanze, vengono affrancati, dalle forze del Male, gli strumenti per violare gli Eterni Codici del Bene, per concretizzare il Regno Malefico sul pianeta, per agire contro il Senso Evangelico della Sacralità della Vita. A lungo andare, si è, così, sfibrata la nostra originaria capacità di discernimento del suono, vero spazio equidistante tra la materia e lo spirito, porto franco nel quale discorrere “a tu per tu” con Dio. Il soggiacere così sfrenatamente ai piaceri della carne, identificati come il massimo della materialità , porta con se’, inevitabilmente, ogni sventura, sotto l’egida di un grave depauperamento delle facoltà preposte alla comprensione del “segno di musica”. In quanto divenuti schiavi di Mammona, mostricini alle proprie mostruosità, gli uomini si procurano il biglietto per l’Inferno, ove “c’è pianto e stridore di denti”. Il male ed il peccato si consumano in relazione a “dispercezioni uditive” che costringono le persone ad adagiarsi, vita natural durante, su falsipiani menzogneri, che sono controproducenti e sintomo di colpevole sprovvedutezza. Per responsabilità oggettiva del “trascorrere dei secoli”, sulle deboli porzioni neurali della nostra cascante memoria, abbiamo dimenticato di tradurre, per atrofizzazione dei timpani, le diafane fattezze del mistero, riuscendoci indigesto l’ascolto di musiche rivelatrici di antiche risposte ai dubbi, come accade per “Koto Kumiuta”, ciclo di canzoni accompagnate dal koto (specie di liuto) di maestri giapponesi del XVII e XVIII secolo (cfr. LP 1979 et. Albatros - VPA 8454). La conduzione della propria vita negli esclusivi corridoi della materia, è causa e frutto del principale, istintivo fraintendimento dell’età giovanile dell’essere umano, in quanto questi può durevolmente collocarsi su posizioni ingannevoli, che tradiscono, pericolosamente e permanentemente, la propria intrinseca natura, composta, invero, sia di materia sia di spirito. Un esempio di tale inganno, e del conseguente traviarsi, è portato da un azzeccatissima “cattura testuale” della musica progressiva d’annata, schiettamente creata da giovani musicisti romani nel 1972: gli Exploit. Nell’album “Crisi” (CGO – fc 1008) essi, coraggiosamente, focalizzano un’ eterna verità, con l’omonimo pezzo spettacolare, che meriterebbe di essere riportato nella sua preziosa interezza, ma che, per motivi redazionali dobbiamo sintetizzare nella frase illuminante: “…non puoi pensare che se vai per un istante con una sconosciuta, hai conosciuto l’amore…”. Ecco la migliore descrizione del peccato, del tranello, e dell’illusione della felicità, scritta da certo Corfull, che, con il portentoso mezzo-canzone, ci riporta, per un grande momento di lucidità epocale, in Ok-Land, richiamandoci le parole sacre di Giobbe: “Finiscono nel benessere i loro giorni e scendono tranquillamente negli Inferi” (GB 21,13). L’inizio di “Una strana regina” del B. per l’Inf. è, altrettanto, un ampio, spazioso slancio verso i cieli che contornano la terra e sembra il proseguimento della confessione del peccatore con frate Isaia: il senso sostanziale è: “se sai amare, voglio saperne di più perché io non sono capace di tanto, essendo buono soltanto a rubare e ammazzare, non essendo possibilitato ad ingranare atti diversi da questi”. Il colloquio si fa sempre più serrato ed intimo, essendo il frate così umile e pietoso verso il miscredente, da abbassarsi ai suoi infimi livelli di natura traviata, confessando a sua volta che oramai sul pianeta non c’è più nessuno che sappia amare, e che, anzi, il verbo “amare” non viene più utilizzato, in quanto nessuno più ne coglie il senso letterale, a causa dello smarrimento, siderale e criminale, delle nostre potenzialità mnemonico-soniche, cui facevo cenno poc’anzi, in merito alle canzoni giapponesi per voce e koto. Gli uomini sono intrappolati nella morsa della rassegnazione, preda del dominio assoluto di una regina strana, l’Ipocrisia, “femme fatale” che, regnando incontrastata, rende mera chimera la fratellanza e, al contempo , irrealizzabile l’amore, ridotto a ingenua utopia: la matrigna Ipocrisia, schiavizzando ogni cosa e sottomettendo al proprio metro di falsità qualsiasi buona intenzione, ottunde il firmamento e tradisce i suoi interlocutori, mascherando ogni sera il proprio aspetto con mille travestimenti. Gli uomini di buona volontà, perfino, sono presi in trappola e ingannati da tale sembianza cangiante, subdolo mutar delle apparenze, finalizzato ai suoi astuti trabocchetti. Ma la speranza nel Bene è l’ultima a morire e, al termine del brano, il frate indica lo spiraglio di una salvezza agguantata in extremis. Il senso è: “tu, empio individuo dagli innumerevoli, abominevoli misfatti, in definitiva sei uguale a me, debolissimo rappresentante di un clero soggetto al peccato…probabilmente tu, essere meschino, con il sacramento della Confessione, senza saperlo, ti sei guadagnato la salvezza, purificandoti l’anima attraverso il pentimento dei peccati, che ha attratto la misericordia divina: in questa vita, dunque, l’hai spuntata tu, e forse hai riconquistato il salvifico perdono del Creatore, che ci attende nell’al di là per il Giudizio Finale.” Ancora organo, synt e pianoforte coordinati dal saggio tocco di “Baffo” Banfi e Giuseppe Cossa, conducono la trama sempre più penetrante, sostenuta dal flauto e dalla voce di un Claudio Canali gigante, egregio anche nelle pause improvvise, negli arresti vocali istantanei, che fanno deliziosamente sincopata l’azione musicale d’ensemble, di questa eccezionale formazione italiana. La parte conclusiva del brano è una tarantella che sembrerebbe appartenere più al repertorio degli Osanna che non alla cultura melodico-tradizionale di un gruppo settentrionale come il B. per l’Inf.: epperò sta qui la caratteristica del prog : saper superare le barriere regionali e confrontarsi, assorbendole, con ogni espressione musicale del globo terraqueo, trascurando i limiti dei pregiudizi asfissianti, di ottiche ristrette. Una mistura di paganesimo e cristianesimo tinge il quarto brano, “Il nevare”, accreditato a “ G. C. Cappellini – O. Trimboli “, in cui l’uomo viene ad essere indicato come ago della bilancia nei delicati anfratti del proprio destino, sul quale incombe, pur sempre, una decisione finale dall’Alto: è provocatoriamente posta in risalto la nicchia riservata ai comportamenti probabili che saranno mantenuti dinnanzi agli esiti della piccola guerra che forse si combatte anche in cielo. Il lancinante urlo della coscienza “…e tu cosa fai?” , si pone favorevolmente sul ciglio della Storia, a vantaggio di chi è padrone delle proprie potenzialità e del coraggio di intraprendere le sue scelte, con la benedizione di quella libertà irrinunciabile che risponde al nome di Libero Arbitrio. Anche se , orrorifica influenza degli atti umani, si slancia agli astri sentimentali quel verso , a metà tra tempo e non tempo, che strappa la pelle : “…ho visto un nugolo di uccelli neri, creature umane dagli occhi umani…”. E’ il limite dell’autocoscienza, che non riesce a liberarsi del complesso della mancanza di spazio “metafisico” nel quale potersi esprimere: “…cercavano un campo con un po’ di grano, per lunghi mesi cercheranno invano…”. La voce di Canali si riscopre eminentemente fosca, truce direi, travasata e plasmata sui timbri metallici della strumentazione dei compagni solidali, un basso urticante, una chitarra ustionante, una batteria martellante ed incontrollata, un keyboard sempre avviluppato dalle nebbie invalicabili di una magia ostentata al parossismo. Ci siamo subito avveduti che gli schemi del rock, semplici ed efficaci insieme, hanno, grazie allo spirito aggiuntivo degli innesti progressivi irruenti e sagaci, restituito ai linguaggi della musica giovanile quell’immediatezza creativa equilibrata e spontanea che ha risposto fedelmente alle esigenze professionali di qualità che il pubblico ha sempre manifestato di apprezzare, specialmente nei raduni live. La musica del B. per l’Inf. è l’esempio incorrotto di una perfezione lessicale raggiunta fin dal tessuto linguistico, appagato con sbalorditivo successo, fin nei meandri del sostegno fono-grammaticale, costituito dalla madre lingua, l’italiano, esattamente adagiata nelle spinose allocazioni e pieghe dell’espressione hard. Il che intensifica, nella riserva regale del Prog d’Annata, gli ottimi risultati raggiunti da altre bands italiane, di fronte alle quali ammirati dobbiamo inchinarci, Gli Atlantide, La Pentola di Papin, Corte dei Miracoli, Lydia e gli Hellua Xenium, Alphataurus, Il Cervello, in testa. Il sintetizzatore di “Baffo” Banfi spezza le regole della sintassi d’avanguardia più ardita, introducendo, nel contesto progressivo, elementi di spicco creativo-sonoro di portata planetaria. L’operazione condotta negli arrangiamenti stupisce per originalità di spunti e soluzioni, facendo dell’opera qui esaminata uno degli albums più belli di tutta la Storia del rock. Lo sostengo senza mezzi termini, soprattutto perché la filosofia coltivata da questa formazione, in questo LP, si attiene ai canoni elettronici dell’effettismo sonoro delle ricerche acustiche più estreme, che in Italia con Battiato e in Germania con i Tangerine Dream, avranno modi e tempi per ulteriori sviluppi, traguardi e perfezionamenti, a metà strada tra il minimalismo di origine americana e il rock. Tornando al nostro disco, si dica che, come insegnato nelle Enciclopedie della Saggezza, il troppo ardire si spegne fugacemente nel gioco fittizio degli alti e bassi in cui è attanagliata la sorte umana, spesso in un fuoco fatuo, fin troppo evidente simbolo della vanità delle creature, paradossale eleganza dei vivi elementi che compongono la totalità del vuoto cosmico: “…quanta gioia da un semplice nevare…”. Il pensiero, forse emarginato, forse abbandonato come”…piccola capanna …nella neve…”, rimane forte afrodisiaco nelle mani del poeta, per distanziarsi dall’inaccettabilità del caduco, dal rischio di imparentarsene irrimediabilmente. Nella fine di una musicata lirica come questa, non poteva mancare l’affacciarsi di un barlume di desio, che azzera gli insorgenti impulsi di disperazione, con l’encomio delle garanzie donate dal colloquio intimo con Dio, quadretto puro e bucolico di una campagna imbiancata dal manto invernale, visione indelebile stampata da qualche parte nelle profondità interiori di ciascun uomo pio: “…lontano un campanile ricordava una preghiera, sui tetti antiche ombre festeggiavano la sera”. Affiora spontaneo un roseo dubbio: . Nell’episodio seguente, “L’amico suicida”, quinto ed ultimo dell’album, accreditato al “Biglietto” sul logo del vinile originale, vengono toccati fragilissimi veli, che risuonano in modo irreale nello spazio-tempo dei cieli d’ogni epoca, sicuro abisso del fallimento consapevole e senza scampo. La caratterizzazione di un brano musicale è direttamente collegata al testo che vi si adagia come su di un corpo voglioso di ricever protezione. Le sfumature, gli intervalli, gli acuti, le colorazioni armoniche, i chiaro-scuri melodici, accolgono, in una scarlatta miscela, i tratti del mosaico che, nell’insieme dell’immagine abbracciante, ridimensiona il singolo effetto, trasportato dalla minima particella di cui esso si compone. Allorché la figura della completa visuale si riconnette ai multi-piani delle accumulazioni sentimentali, depositate negli archivi della nostra chilometrica memoria, succede l’inverosimile, perché spunta, inatteso, un asteroide, esosferico scarto. Laddove poggia il nostro malfermo passo, lì zampilla una fonte di stupore, a formare un torrente di nuove emozioni. Le parole cantate, questa volta stucchevoli ed altamente floreali, destabilizzano le caotiche capacità ricettive del cuore, che scinde nella commiserazione il volto della persona, l’amico, con cui si sono divisi momenti di vita, fluttuati in un compatto impulso d’esperienza. Mai, codesta, si sarebbe potuta immaginare immersa in una fine auto-provocata, il suicidio, atto sacrilego nella distruzione del se’ che tradisce irrimediabilmente l’amicizia e lascia inorriditi, e attoniti, senza respiro, senza cerimonia, con l’amaro del più sordo dei . Per di più si stempera , nella maschera impietrita del sonno nemico, una soddisfatta meta nella baia voluta, agognata e, in macabro senso, violata. Una infame fermezza scandisce i tratti, ormai in sfacelo, del viso amato, e la postuma constatazione giudica inaccettabile il gesto insano che nella morte riposa tranquillo, accomodato in altra postura. I rimorsi appaiono anch’essi disfatti, quali insulsi commenti che, pure, si ribellano ancora al moto irrazionale che tolse l’affetto, ma è breve lo sfogo all’apparire di ogni gestuale irrisorietà. Alla base dell’incontrovertibile decisione distruttiva, stenta a ricostruirsi una plausibile giustificazione ed è l’ombra di un lontano pentimento che ritorna, ad arrossare i volti dei vivi. E’ matematica ciascuna illusione del conforto del destino, che accomuna, ed ogni delusione è vana, quale susseguente, funereo, singulto. Annotiamo, tra i versi eloquenti, cantati con animo partecipato, da grandissimo attore di teatro, da guerriero indomito: “Attorno al tuo corpo c’è, un alone di morte, ti guardo il viso scarno, tu sorridi, sei forte”. La maestà regale del portamento freddo si è conservata, anche ora che è tardi, anche quando il dolore ha fatto suo ogni movimento…:”…il tuo viso cereo, e gli impulsi lenti, le tue labbra scure mi fanno stridere i denti…” . Si percepisce che la vita è fuggita, lo confermano certi segnali che affliggono amorevolmente colui che ti serberà nell’animo, nel futuro traboccante di rimpianto. E’ madre e non madre questa contraddittoria situazione post mortem, e il ricordo degli affetti la ravviva, la tiene in vita, si profila penoso ipotizzare che la tristezza accompagnerà infiniti giorni d’infinito dolore, sempre uguale, sempre inarrestabile, come l’ultimo viaggio. Difficile farsene una ragione, certamente impensabile darsene un’abitudine: “…aspetti pacato la tua soluzione, la tua morte in agrodolce da’ una strana sensazione”.

Per lo strazio subito, barcollano le forze del ragionamento, che si ferma, oscilla, ondeggia, sfocia nelle terre dell’insicurezza del senso, nelle sabbie mobili dell’irragionevolezza: “…tu mi hai chiesto di non piangere, era l’ultimo favore, anche questo ti è negato, caro amico sfortunato”. Ovviamente, il sistema marcio degli uomini che assemblano l’ambiente dell’ipocrisia più sopra narrata, disapprova ciò che hai commesso su di te : “…e il mondo ti condanna e ne parla disgustato…”. La sofferenza smette il magone ed esprime disappunto, secondo il “rebus” di queste parole : . Secondo la lezione del “mors tua, vita mea”, si chiude un LP originalissimo, fonte di arte suprema ed intramontabile. Il re che si possiede dentro, il segreto dei segreti, con cui si suole condurre la propria esistenza su questa regione desolata del cosmo, è , secondo l’insegnamento racchiuso in una così rara opera di bellezza, la massima guida che dall’interno di noi si espande all’esterno, fino a raggiungere le imprendibili sommità dell’universo del sapere umano e delle conquiste spirituali, di cui non è dato sapere più di tanto, da cui non è conveniente evadere. Sta a noi, e soltanto a noi, tale è il messaggio, saper fare della nostra vita un terreno assolutamente infecondo per atti di schiavitù provenienti da persone malvagie e prive di scrupoli, al fine precipuo di annientare ogni proposito di realizzazione del male a nostro e ad altrui danno. Ripartire dalla consapevolezza di vivere nella società dei consumi (Bene) ove, ad ogni occasione viene sordidamente impiegata, senza alcun rispetto, l’immagine a fine di sfruttamento pubblicitario di categorie di persone di elevato spessore culturale e spirituale (Male), che non meriterebbero alcuna forma di parassitismo, delle quali, invece, si fa scempio illimitato, come accade per i frati ed il clero in generale, messi alla berlina in sordide immagini televisive, esaltazione inappagante di valori materiali, afferenti volgari prodotti di consumo, al cospetto di ben altri valori, degni di rispetto, o comunque di indifferenza da parte di chi non ha fede cristiana, e sicuramente, non possiede un minimo, civile decoro.

La fine della Trident tolse, praticamente, ogni entusiasmo di carriera ai ragazzi del B. per l’Inf., i quali, ciò malgrado, avevano ancora attinto dalla propria creatività, elaborando almeno 7-8 brani per il secondo album, che non vide subito, ossia nel periodo 1975-1976, la sperata pubblicazione.

La storia si confonde con la leggenda e, come sempre, ai posteri rimarrà l’amara soddisfazione di recuperare quell’irresistibile sound di tastiera, flauto, chitarra e basso, mescolati in una pozione portentosa, in grado di sfidare nuovamente le intemperie temporali e di vincere i pregiudizi orbi e mattacchioni, nemici della buona musica. Il rocambolesco recupero, da parte di privati e di collezionisti, di una audio-cassetta rimasta chiusa per diciassette anni in un armadio, permise nel 1992 alla Mellow Records di pubblicare, sia in CD sia in LP-limited edition, il secondo lavoro del B. per l’Inf., dal titolo “Il tempo della semina”, opera assolutamente interessante, anche se non perfettamente rifinita ma, non per questo, meno affascinante. Mi ha gentilmente dichiarato, di recente, Fra’ Claudio Canali: . La title track, quella di apertura dell’album, è subito una grande sorpresa, poiché Claudio Canali non canta il testo, molto profondo e misterioso, limitandosi a recitare una prosa ermetica piuttosto fuorviante, spiazzante: essa, in realtà, finisce per inchiodare l’ascoltatore, esterrefatto, a una ridda di ipotesi su alcune verosimili chiavi di lettura. Si può pensare a teorie alchemiche, oppure a profetici interrogativi intorno agli itinerari del lacerante duello, da affrontare in punta di piedi con madama Fortuna, così che sembra di trovarsi di fronte ad una immensa, sinistra spelonca, con lo stupore e l’angoscia d’ entrarvi, consci che in essa possa custodirsi la definitiva risposta, amletica, alla nostra insostenibile sete di appurar Verità: “E come lo specchio mostra agli uomini le immagini slegate dell’apparenza, le tue risa profumate, i tuoi gesti che ci ritmano il passo, ci mostrano quanto sarebbe duro percorrere una strada senza fine…”. Si avverte dolciastra l’atmosfera introduttiva dell’album postumo, ricavandosene impressioni fortissime di gioia mista a perplessità, comunque corroborate dal fragore di un’arcana dimenticanza, di un logos anacronistico, probabilmente legato al fatto che una lirica talmente suggestiva, recitata oscuramente da Claudio Canali, possa provenire da molti anni-luce, da lande sconosciute, forse, in cui tutto, anche il successo del primo long playing, sia rimasto in formalina, in attesa che qualche anima sensibile si accollasse l’onere o la smania di rispolverare con cura la soffitta piena di antichi balocchi. Un senso di fascino, allora, sorge spontaneo nel rendersi conto che, in effetti, sia poi trascorso un tempo lunghissimo, durante il quale queste emozioni si sono sospese in un Purgatorio scandito dai rimorsi, quasi per maturare, per essere gustate con calma, più tardi, a tempesta passata. Secondo il mio modesto pare, la seconda parte del testo in esame, rivela inaspettatamente la voglia di prendersi tutte le rivincite, tutte le soddisfazioni della gloria, negate ingiustamente al gruppo da una serie sfortunata di circostanze casuali quanto barbare, prima tra tutte la chiusura della Casa Discografica Trident, per “urgenze” di carattere economico. Si nota una rabbia repressa nelle seguenti parole, che denota l’intento di scavare nella psiche di uomini delusi dalle ingiurie del caso, anche se, devo sottolineare, non sfugge tra le righe, l’integrale carica di un proposito di riscatto, sopito nei velenosi capricci di qualcheduno, reo della loro rovina, sentita come prematura e inaspettata: “…perché ti dovremmo ancora sopportare, non aspetteremo un’alba su misura per abbattere le sbarre della tua prigione” . E’ un’aperta dichiarazione di guerra, una vera ribellione a quelle che sono state accusate come disperanti umiliazioni, ingoiate come “castigo di Dio”. A causa di tale, esasperato stato d’animo, si arriva addirittura a rifiutare il disegno che ha portato a disgelare le deformazioni dello specchio sulla realtà: “e nascere senza essere plasmati dalle tue lunghe mani…” , fino all’agonia estrema di consumarsi in azioni opposte al progetto iniziale, degenerate in atti di giustizia sommaria: “…e gli sguardi che ti conoscono e che avresti dovuto accecare, piuttosto ignorarli, si prenderanno il giusto dove vorranno sia”. Sinceramente il brano si illustrerebbe da se , più che un “tempo della semina”, un attimo di follia, esplosa la quale, si esalta un piano scoordinato di mille confuse recriminazioni che adombrino ampi sfoghi, scellerate imprecazioni, conati vendicativi su un passato da deplorare.

Il timbro vocale di Canali pare modificato alla radice, straziante, irriconoscibile com’è, sicuramente filtrato da un megafono o apparecchio simile. Il tono tiratissimo, si badi bene, giustifica ampiamente l’astio profuso nella tenebrosa recita, le corde vocali si fanno complici di una globale mestizia che sfocia nel rantolo, incartapecorito dalla cattiveria usata per esprimere odio e dissapore, voce a tratti disarticolata nelle sillabe spietatamente mutilate, tronche, a conferma della grande arte canora di Claudio Canali. Più tardi il cantante si pentirà di aver partecipato alla creazione di una canzone così dark e, per riscattarsi , questa volta su piani diversi da quelli meramente artistici, intitolerà “Il tempo della semina” la propria intricatissima autobiografia, ricca di tutti i risvolti , di ogni vicissitudine ed esperienza, che lo convinsero a vedere in essi i segnali della via monastica, e a prendere gli abiti religiosi, per diventare umile fraticello offerto totalmente al Signore, a suggellare, con un esito della sua vita abbastanza suggestivo ma profondamente avvertito , i richiami di una sincera vocazione. Ci sembra che l’uomo mimetizzato dai panni del cantante bravissimo ma molto turbolento sul palcoscenico, si sia finalmente rivelato coi panni di un re, del “recitante” che lascia per sempre il guscio dell’originario sito formativo, carico di peccato e di vita disordinata, per passare a regime inedito, regolato, sull’osservanza del Vangelo, dalla preghiera, dal pieno dominio di se’, nell’oceano di infinito amore, nella massima umiltà di servo dell’Altissimo, irreversibile distacco dalla strada tortuosa e malsicura di un illusorio successo. Chiarissima è, in proposito, l’analisi retrospettiva che scaturisce dall’ultima epistola trasmessami da Fra’ Claudio: .

La parte introduttiva del brano, segna una godibile escalation di bordate tastieristiche, incolonnate sull’anticipo di un poderoso rullare di tamburo, sul quale va ad innestarsi, tremolante ma perspicace, una chitarra elettrica nervosetta, come da miglior copione”prog”. C’è una ripresa del motivo, dopo poche battute improvvisamente interrotte, che si inerpica su su nel cielo stellato, un ripetitivo, accattivante motivo, dominato completamente da suoni di corni inglesi che preludono, nell’odore boschivo del sangue, alla crudele caccia alla volpe, qui identificata in una inaccessibile parvenza di verità, fatta straccio dai testi impudenti e spudorati. Il finale è corroso da un suono terremotato da una chitarra basso svincolata dai test dell’alcool, ma maneggiata a mo’ di synt, che tutto ridimensiona a insopportabile retata, mentre il flauto fa coda, invitando il Gem di “Baffo” Banfi a rapinare la Banca dell’Armonia, cosa che riesce impeccabilmente, senza alcun ferito.

Il secondo episodio, brevissimo e ritornellistico, “Mente sola-mente”, fa crollare inesorabilmente l’impianto logico della precedente traccia, in quanto fa intendere che la Storia non è poi fatta soltanto di conquiste scientifiche riconducibili a questo o a quel periodo e, tanto meno, alla soluzione di problematiche contingenti e conflittuali, collegate a questioni temporali o spirituali attinenti alla detenzione del potere, imputandosi, al contrario, il problema fondamentale dell’umanità, alla natura stessa dell’uomo: questa non può affatto prescindere dal rapporto con una precisa entità superiore, con la quale dialogare per mezzo della mente, vera antenna interiore, deputata alla ricerca di uno status ideale dal quale conseguire un progresso integrale, imperniato sull’aspetto tanto materialistico quanto spiritualistico, specularmente, quindi, alla circostante Natura, dalla quale mai e poi mai giungeranno indizi sull’origine della specie. In definitiva, l’esistenza umana è concepita come una catena di misteri insoluti , destinati a rimanere tali fino a quando si pretenderà di risolverli con i mezzi razionali dei quali l’uomo stesso dispone: sulle origini della propria specie non si può dare un’accettabile ipotesi con la sola mente che, pertanto, in quanto sola, mente a se stessa. L’andamento musicale è sinusoidale, rallentato come la sequenza di un film stuprata dalla moviola. Il pezzo coincide con l’intento di declamare, in stringate ma efficacissime battute, una conclusione filosofica di quotidianità estetica, utilizzando uno schema ritmico alquanto cadenzato e sognante, sulla scia di una vera e propria interpretazione ingannatrice su quello strumento, di cui ci si vanta troppo e troppo spesso, la mente, che, in ultima analisi, servirebbe unicamente a fare aprire gli occhi, fisici ed interiori, sulla precaria condizione in cui l’uomo verserebbe, senza far ricorso all’aiuto dell’Entità, alla quale andrebbe, invece, lasciato libero permesso di circolare nel vano mentale: soltanto se c’è Dio, l’uomo sconfigge la solitudine. Viceversa, se l’uomo rinuncia a Dio, rimane solo con la sua ragione e non fa molta strada, poiché non ha nessuna altra forza all’infuori di essa, per convincersi del suo proprio girare a vuoto. In secondo luogo, la ragione si arrende alla propria impotenza, prostituendosi a Falsi Miti, visti come una serie di Entità Illusorie che conducono l’uomo sulla strada della Perdizione, e quindi al fatidico vicolo cieco. Condurre l’esistenza alla ricerca di una verità di se stesso e dello scopo della vita, non sarebbe, insomma, un girare a vuoto, ma un riconoscere che, grazie a uno sforzo che esula dalla ragione, ma che dalla ragione parte, l’uomo trova e da’ realmente una giusta direzione al suo breve percorso terreno. Il canto, in questa occasione, assume la forma di un sussurrato, di un sospirato, a velare, con delicatissimo stile, una verità da non urlare e diffondere, per pudore, e rispetto alla sua infinita bellezza: “Mente sola cosa pensi, mente sola cosa cosa vuoi, mente sola cosa cerchi, mente sola cosa fai, mente sola cosa provi, mente sola-mente, sola-mente…”. Irraggiungibile è il motivo di sottofondo, guidato dal mini moog, che eccede in sinuose linee melodiche, a sovrastare e smitizzare le migliori istantanee fissate nei ricordi di casbah, anche se non sarebbe azzardato accostare l’ingresso della traccia ai fantastici intarsi di “Am I going insane (radio)” dei Black Sabbath dell’album “Sabotage” (1975), pur restando carente, in questi ultimi, l’irresistibile atmosfera “da casereccio genuino”, tipico della “fiera del bestiame”, rimarcata genialmente da Canali & associati, in chiave artatamente agreste, da bagordo rurale.

La tappa successiva è un viaggio nei cromosomi, nei neuroni, nelle nostre possibilità di cittadini del mondo, di uomini semplici che vivono, lottano, pensano, protagonisti della vita, non parassiti, protagonisti del creato libero che è libertà, che dona libertà. E’ un brano, “Vivi lotta pensa”, che rivela il progetto totale, del grandissimo gruppo lombardo, di scardinare le barriere sociali, nazionali, interplanetarie, allo scopo di erigere sulla vetta più alta della civiltà, il simbolo della dignità umana, il vessillo della fratellanza universale, recepita quale dono di un tutto unificante. L’impegno di “essere progressivo” distingue l’uomo ideale dal soggetto comune. La corrente, risvegliante del “prog”, impedisce che l’uomo comune subisca una passiva influenza dal potere, dagli ingranaggi stritolanti delle mode, foriere della degenerazione morale e sociale. Assegnare l’individuo ad una esatta collocazione culturale auto-gratificante, e finalizzata socialmente ad una umanità compatta, senza più barriere politiche, ed incurante dei confini geografici, librerà la persona, depurata dai condizionamenti perversi dell’omologazione consumistica, verso la dimensione della presa di coscienza del proprio ruolo nella vita biologica (è il “Ti sei mai chiesto quale funzione hai?” di battiatiana memoria). Allo scopo di conoscere, insomma, le proprie aspirazioni, e di lottare, anche e soprattutto, contro i propri limiti, per tradurle in realtà. Uno “spread” vivificante, per avvolgere, nello scialle interstellare, il proprio corso a quello dell’espansione cosmica, intesa come espressione di una maturazione spirituale anticipata sulla propria evoluzione di pensiero, una crescita della particella nell’oceanico senso della vita. La melodia si incastra sotto le ruote del ritornello, che non risente più dell’impatto ritmico, ed affida il crescente apporto percussivo alle tastiere monitorizzate, all’interno di un’insolita sezione vocale che si dilata pian piano nella esacerbata presenza sloganistica, scaturente da un testo condizionato da un vocativo, anzi, da un imperativo dai connotati inauditi. E’ una scheda che risalta negli annali della canzone, ancora oggi, per il fatto che ferma la mano sulla previsione di una colpevolezza, che pesa e stordisce, votata, così com’è, all’urlo di una coscienza ormai in conflitto con il se diviso, frastornato, impacciato, un acuto che esce allo sbaraglio, un’appello inflitto alle stelle: “Uno è nato a Cuba, un altro a New York, in tutto il mondo nati come noi, da una donna e da un uomo, noi, dalla donna e dall’uomo, noi …” . Già da questa “angolatura politico-biologica”, si intuisce la costante della proporzione planetaria della relazione tra uomo e donna, a prescindere dalla appartenenza a una razza, il singolo individuo come tassello di un organismo planetario che respira, che è cosciente, che ama, prodotto intimo di due soggetti uniti nell’amore fisico e nell’amore influenzato da Psiche. Insostituibile componente, proiettato nelle sfere alte, interminabili del Caos, ove c’è ancora spazio per un dubbio, orpello d’una riflessione , figlia dell’interrogativo più ricercato nei fondi del logorroico silenzio: “…poi ti guardi, scopri sei diverso e ti chiedi , dai la colpa al mondo, dai la colpa al sistema, vuoi!”. La differenza tra il SE e il resto della gente, la si realizza concretizzando il contrasto tra il SE’ ed il resto del mondo, aggredendo quest’ultimo come una fiera assatanata che ti assale, che ti emargina e non ti accetta perchè interlocutore scomodo, reietto, indigesto…Il finale è concettualmente traboccante, travolgente poiché viene minata, nelle fondamenta, la saga delle congetture post-moderne, pregne di raziocinio circa i destini che accomunano i naufraghi sulla scialuppa delle illusioni: “…troppi nascono nel fango, troppi crescono piangendo, troppi vivono sperando: è tutta gente che vuole come noi…”. La sorte unifica ed associa, livellando, con la lama del suo inaccessibile criterio, perfino le classi, smussando i bordi in eccesso, le pretese vane e, pertanto, dulcis in fundo: “Se tu sei convinto, se sai quello che vuoi, cresci, lotta, pensa come sai”. Vale a dire, . Si annusa, comunque, la distillazione delle idee, un attimo prima della rassegna delle chances offerte, ed è bello perché, attraverso l’ascolto di strani cassoni di suono per voce, si captano pagine e pagine di assennatezza, derivandone una indicazione prossima a: . La selezione deve essere appannaggio di te, è strumento che diviene sensato solo se viene applicato da te stesso e a tua discrezione su di te, in linea con la tua realizzazione di individuo. A condizione che, una volta nelle tue mani, tale strumento, fondamentale per la tua personalità, sia saggiamente adoperato, senza altrui nocumento. Esclusivo mezzo per immettere una civiltà nella Civiltà, (si riveda, appena possibile, l’eloquente serie di immagini a fumetto del film “The wall” dei Pink Floyd e si faccia l’impossibile per rileggere, nei tempi correnti, “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley).

Il quarto titolo, “L’arte sublime di un giusto regnare”, da’ un saggio dell’epoca medievale, in cui dominio assoluto era riservato al Signore del Borgo, padrone di dettare legge sui sudditi, vassalli rassegnati ad una serie di angherie, imposte crudelmente. Il flauto si distingue nel dipingere tale condizionamento sociale, caratterizzato dai vari personaggi, stretti e slegati ad un tempo, in una ballata, vivace per baldoria e rimarcata spensieratezza, quasi a cancellare, deviando dalla triste realtà delle cose, la pressione delle tribolazioni in cui naviga il popolino, i cui singoli membri subiscono passivamente il rango di eterni perdenti e umiliati, severo copione per saltimbanchi, da baraccone da circo. La dose di “allegria forzata”, concessa ai sudditi, integra prepotentemente l’arte di regnare in maniera giusta ma arrogante, paziente ma cinica, tollerante ma sadica, sì da permettere l’esatto equilibrio nei rapporti della comunità, di modo che a ciascuno spetti la propria parte, sublime o bassa che sia. Aulico è il prologo, con un arpeggio telecomandato dal clavicembalo inviperito, inclinato costantemente sulle volute flautate delle temerarie architetture che si presentano ai nostri occhi all’insù, spietata descrizione della condizione umana, diffusamente angosciata dal prepotente: “Godo la mia comodità, specchi, arazzi e nobiltà, dame, giullari e cani, ori tra le mie mani, questo sì ch’è regnare, gioia nel dominare ecco…” . I ritmi sono particolarmente esasperati, al pari dei soprusi “elargiti” ai poveracci dal Dominus, la strofa è lì lì per esondare a causa di una cadenza volutamente sovrabbondante e scoppiettante, che va a smarrire, nel convulso finale, il filo sottilissimo dell’apporto letterale, e direi vocale, che però ripara stupendamente, grazie all’abilità del cantante, sempre mattatore, sotto improvvisate licenze di suoni-vagiti, appena smozzicati tra le labbra, dalle quali sortiscono, doppiamente voluti, strilletti, risatine, acuti di felicità strozzati in gola, bruscamente frenati dal successivo quadro sinottico-sonoro, commento visivo-sarcastico delineante, sempre a tinte forti, l’estremo disagio in cui versa la sudditanza: “…ma guarda questi poverini, tutti pieni di bambini, non sanno più che cosa fare, sanno solo procreare, beata serenità, senza alcuna responsabilità”. Sul piano prettamente musicale, si verifica un simultaneo dissanguamento ritmico, a braccetto con la sconsolante illustrazione dei miserabili infeudati, messi alla “gogna canterina” da un indomabile Canali, in spolvero di Medioevo (cfr. però il volume “Luce del Medioevo” di Regine Pernoud – Parigi – 1944, in cui, controcorrente, viene dimostrata la tesi “La leggenda nera del Medioevo è totalmente ideologica”). A colui che domina, non sfugge occasione per affibbiare, anche a parole, un duro giudizio sulla “serenità priva di responsabilità”, nota di degrado animalesco, in cui è avvinghiata l’istintività dei pezzenti sottomessi, protagonisti della loro inestirpabile incoscienza. Operata sarcasticamente la cruda riflessione sul mondo delle miserie umane, i toni del brano si ravvivano nuovamente con l’auto-esaltazione del sovrano, che, ancora in prima persona, si immortala in sconcertanti proclamazioni sulle proprie capacità di regnare. Egli si lascia sfuggire la rivelazione del segreto di trovarsi su altri livelli di vita, su ben diverse occupazioni, su differenti modalità di trascorrere il tempo, doni inaccessibili al volgo: “…sono l’eletto, son nato Signore, voi che di me non potete sapere quanto importante sia perseguire l’arte sublime di un giusto regnare”. E’ il tripudio di una vanteria di classe che non conosce pudore, portato ai sette cieli dal soggetto stesso che cavalca la tigre del potere assoluto. Siamo sicuri di avere di fronte il protagonista del massimo fruitore delle potenzialità che offre la dimensione materiale, oltre l’eccesso: “ Cacce coi falchi da organizzare, le danze, i costumi, le giostre, i tornei, tasse-tributi da controllare, Io il Signore”. Non solo per il fatto di avvicinare, per istrionismo e carattere, (non per timbro vocale) Claudio Canali a Ian Anderson, pare davvero, qui come mai, d’avere “Jethro Tull fatti in casa”(sui vetrini biologici del microscopio, mi avvedo, dalla colorazione delle cellule sonore, che l’estro del gruppo lombardo è accostabile alle sonorità tulliane rintracciabili ne “The Chateau D’Isaster Tapes”, risalenti al 1973, primo dei due compact costituenti “Nightcap”(Double CD – 1993 – Chrysalis – 7243 8 28157 2 3 – made in Holland). Io, personalmente, sono fiero di potermi sorbire “La sublime arte di musicare” del Biglietto per l’Inferno!!!!!!! Nel loro globale messaggio è insita una costante ricerca dei significati tenuti argutamente in ombra dalla evoluzione della Storia dell’Arte: ciò è stato evidentemente compreso dai titolari del marchio “Trident” che, a distanza di tanto tempo, hanno creduto di fare propria l’iniziativa di “culto editoriale” che aveva encomiabilmente intrapreso la Mellow Records, ristampando su supporto digitale, l’album “Il tempo della semina”: esistono dunque due edizioni di questo irrinunciabile CD, uno della Mellow, e uno della Trident. La duplice iniziativa di pubblicare, nel tempo, il secondo lavoro del B. per l’Inf., la dice lunga sulla concreta validità artistica dell’opera, che è arduo ed avventato considerare inferiore all’album d’esordio, considerando le difficoltà storico-ambientali in cui è stato concepito “Il tempo della semina”. In quest’ultimo, in sostanza, si registra solo apparentemente un declassamento formale e contenutistico, respingendosi, qui ed ora, ogni catastrofica prospettiva sul prodotto finale, che certi criticoni farebbero sconvenientemente bollare “balbuzie musicale”. Invero, il puntiglio di raccontare, facendo ricorso agli schemi classici del “rock”, in questo CD travalica la pura dimensione delle immagini insite nel racconto, reinterpretate secondo canoni espressivi personalissimi nel pathos oggettivizzato che, al di là dei fatti ivi narrati, sottendono a precise deduzioni morali che, a loro volta, incitano ad una esemplare lezione ricavata direttamente dalla Storia, così come letta, anzi riletta, dal rock, e che il rock non scalfisce ma potenzia.

Passando per le diverse fasi che materializzano l’avventura di un gruppo così apprezzato nel giro della prog music, si osserva lo sviluppo continuo dell’insieme artistico-concettuale da un piano “orchestrale”, consegnato a persone consapevoli della loro statura di promotori del rock di qualità, a un piano reale, intrecciato a uno scavo mistico profondissimo, accompagnato ad un ammirabile sacrificio della prova nelle esperienze della vita di Claudio Canali, trivellatore di verità cristiane lontanissime dagli accessi estemporanei delle sale di registrazione e delle performances dei festivals del proletariato giovanile, in cui era coinvolto, insieme con diverse altre italiche bands, il B. per l’Inferno. Intendiamo riferirci specificamente al sottile gioco poliedrico, di stampo educativo, che viene gradatamente a districarsi, dalla complessa matassa artistica esplicitata nelle forme musicali del gruppo, in una esternazione di zone d’ombra e zone di luci che, evidentemente, come nella pittura dei grandi, non sono messe lì a casaccio, costituendo, a onor del vero, impalcature cruciali della struttura portante. Il fatto stesso, molto eloquente, che Klaus Schulze, ex Tangerine Dream, incenserà, dal 1978 al 1981, ben tre LP di “Baffo” Banfi nella sua dimora tedesca “Innovative Communication”, non è mero dato cronachistico, da utilizzare come inutile riempitivo degli annali dell’elettronica, essendo esso, al contrario, sintomo di un fattore basilare nell’economia sintattico-musicale del gruppo d’origine del bravo tastierista italiano, il B. per l’Inf., il cui primo LP, non dimentichiamo, entusiasmò non poco l’artista tedesco. Con il senno di poi, detto onestamente, non pare esserci stacco ideologico tra l’album Trident, il maggiormente diffuso ed apprezzato, e “Il tempo della semina”, poiché seguendo il tracciato artistico e umano di Canali, oggi frate eremita, abbiamo compreso dettagliatamente la ratio enigmatica di una rarissima metamorfosi dell’anima, attuatasi ai nostri tempi in un grande musicista toccato dal fascino delle vette dello spirito, raggiunto dalle intensissime emanazioni di una fede solidissima. Egli è naturalmente musicista tutt’oggi, a differenza di innumerevoli artisti che hanno rinnegato, nel cambiamento della visione filosofica ed esistenziale, le opere giovanili, Claudio Canali non ha rimosso in alcun modo quanto realizzato nei dischi del B. per l’Inf. Egli ha chiaramente spostato l’asse della propria aspirazione dalla musica a Dio, ma continua a sentire, dal profondo del sentimento, l’amore per il raggio musicale interiore quale eccelso linguaggio di ringraziamento a Dio per i risultati della “conversione del cuore”. Un uomo provato da eccezionali traversie di tutti i tipi, illuminato da una luce strana ma edificante nel vortice delle difficoltà più impensabili, custode fedele delle vibrazioni rock da cui era stato scosso, fino al punto da arrivare ad essere esempio di artista nazionale di un’ espressione giovane ma antidivistica, potente e fragile al contempo, era destinato, finalmente, a trovare nel divino la risposta ad ogni interrogativo. Giunto, a conclusione del proprio interminabile peregrinare, al sicuro rifugio del suo eremo, ha realizzato di essere stato oggetto di un’attenzione esclusiva dall’Alto, avendo egli colto il senso totale del Mistero, un approccio che noi vediamo, volenti o nolenti, e ciò malgrado dolenti, dall’esterno solo superficialmente, in quanto peccatori. Egli è in rapporto con una diretta concezione della Creazione, vive ogni momento della giornata a contatto con la natura e prega incessantemente per questo impagabile privilegio perché gode della raffinatezza delle risultanze emozionali cui, nei posti incontaminati della meditazione, è concesso di intravvedere la predisposizione della parte invisibile, l’anima, per la Vita dopo la vita. Da essenziale paladino della musica prog italiana, è stato all’altezza di render chiaro al mondo il recondito significato delle”lande rock” possedute dal B. per l’Inf., assumendo, su di se, la responsabilità di indicare il totale coinvolgimento della sua persona, in un entusiasmante programma di inaudite ricchezze di umiltà e amore in Cristo Re. Egli, che ha umilmente risposto alla Grande Chiamata, ha saputo risanare e ricostruire ex novo intere parti del LP “Il tempo della semina”, infondendo nell’animo umano, vero sensore dei mutamenti dello spirito, la vivificante messe delle reazioni emotive, bilanciate dal suo IO, attratto dalla irresistibile calamita divina, arricchendo, in tal modo, la copiosa mole di accadimenti, già travagliati per il vacuo ed effimero successo, in una fantasmagorica apertura autobiografica, tuttora in attesa di pubblicazione, enfia di semplicità e modestia, per additare la mirabile piega che è riuscito a conferire alla sua trascorsa, disordinata, vicissitudine terrena: da artista pop a “pescatore di anime”, il balzo è stato ineccepibilmente alto. E’ ammaliante immaginare che un semplice frate sia stato l’uomo capace di intersecarsi e confrontarsi con mille multiformi azioni, tra le quali il canto di un testo contenente l’ansia tradita di arrivare alle radici dell’essere, alle sue inconcludenze , alle sue titubanze, alle rivelazioni del suo unico e possibile nutrimento, prospettive distintamente raccolte all’interno della melensa ballata, mesta quanto serve, “Solo ma vivo”, quinto baluardo di questa insolita, seconda opera, elevata una spanna sopra l’assordante tuono: “Non cercare solo carità, cosa provi come vivi, nebbia, vento nelle tue mani, cosa darei solo ma vivo”. Sentiamo, dalla viva voce di Fra’ Claudio, che cosa ricorda sulla nascita del brano: “Solo ma vivo”, canzone dedicata a un clochard, o meglio, una presa di coscienza su uno dei fatti problematici che ruotano attorno alla comunità, alla società. Volevo bene al clochard “Cesarino”, che vestiva quasi come me, quando mi esibivo in concerto. Era un personaggio particolare, che io difendevo sempre nei bar, ero sempre pronto ad offrirgli una sigaretta, precedendo puntualmente la sua richiesta, per questo mi voleva molto bene, specie, poi, quando, poche volte, a dire il vero, gli offrivo il bicchierino. Il giorno in cui egli scomparve, siccome era conosciuto da mezza città, volli ardentemente scrivere “Solo ma vivo”, dedicandola a lui. L’intenzione era di realizzare una “meditazione”, vederlo ancora una volta nell’immaginazione, e toccava sempre le corde del cuore, quelle più vicine al sentimento della compassione…e poi volevo, sull’altro fronte, rimarcare il senso di colpa collettivo e personale per il misero stato in cui versava, poverino. Egli aveva scelto di “scendere dal mondo”, ma costituiva un bel peso sulla coscienza di tutti gli appartenenti alla comunità, che in fondo nutriva pietà a vederlo trascinarsi così. Egli, per tutti era, però, un dolce peso, perché, essendo amato senza eccezione alcuna, era visto come un famigliare malato, bisognoso di cure. Anch’io ora ho lasciato il mondo, ma l’Eremo non è un rifugio, è una trincea, dove molti vengono ad attingere acqua pura, e dove le nubi dell’Amore passano e portano pioggie benefiche, nei campi riarsi del mondo.”

In questa poetica della disperazione, forse celebrazione del rimpianto per non aver potuto venire incontro maggiormente alle esigenze di un amico così abbandonato, il monologo prosegue, mettendo l’accento su precisi significati, tra una tostissima folla di scorie celebrali: “Vivi solo vivi dentro, qual è la tua realtà, avere molte strade, avere poche mete, scegliere di lottare o lottare per dover scegliere, disteso nel tuo quadro migliore, ti senti con la tua ragione” . “Vivi solo vivi dentro”, sta ad indicare il drammatico isolamento di “Cesarino” dal mondo dalle convenzioni sociali. Da questa presa d’atto circa la sua precaria situazione, emerge l’impulso a proteggerlo istintivamente, per cui l’espressione “Cosa darei” vuole sottintendere il desiderio “Cosa non darei per aiutarti”. “Cerca di dormire, non svegliarti se puoi ora, dormi, dormi…”. Fotografie scattate rigorosamente, in cronologia, nel passato recente, vengono fatte confondere con il sogno nell’album dei ricordi, scompaginate da un motore contrario al tempo, in verso inverso, vi assistiamo con poche speranze di recupero, in viaggio senza il bagaglio dimenticato, passerella di sensazioni inacidite dall’età, episodi singoli a grappoli, fissati nella memoria, per sempre: “Era quasi un augurio per una dimensione di non-dolore come il sonno, poiché le brutture di questo mondo determinano già la conseguenza di moltiplicare i barboni come “Cesarino”, infelici sfornati a dismisura per le ingiustizie imperanti, e l’inciso “ne esistono già troppi di me” lo avrebbe fatto ripiombare nel dolore che lo spinse a scegliere quella sua disperata soluzione di vita”, prosegue Fra’ Claudio, “Disteso nel tuo quadro migliore” , “disteso, perché era la sua volontà “distendersi”, cioè abbandonarsi, lasciarsi andare con una certa rassegnazione di sconfitta ai mali che lo assillavano, quindi un auto confermarsi, come in una raffigurazione pittorica, “nel suo modus vivendi”. “Aspettare e non vederti quella sera, in quella strada, forse c’eri già, forse sei migliore di quanto si credeva…”. Subentra molto spesso un presentimento di morte, nel non verificar con gli occhi la solita, abituale visione, e qui, da un lato il terrore che fa la parte del leone, o comunque nei luoghi più esposti agli strali dei rimorsi, sede inopinata dei complessi foraggiati dalle paure infantili, infisse come funghi nella corteccia dell’inconscio: spiega Fra’ Claudio: “Cesarino” è morto, è accaduto l’irreparabile, un senso di vuoto assoluto viene ad invadere tutto, e allora la mente si sbizzarrisce in mille pensieri che si rincorrono confusamente tra il prima e il dopo…”Forse c’eri già”, ossia riemerge la sua presenza nel tempo in cui era vivo, non solo il ricordo, ma la stessa presenza fisica, che si continua ad avvertire, fortissima, anche dopo la sua dipartita” ”…ma forse tu l’hai fatto perché ne esistono già troppi di me, non stavo, volevo che anche tu per una volta sola con me, a chi ti ascolta dire perché…torna se vuoi, torna se vuoi, torna se vuoi, torna se vuoi”, ossia “Volevo che tu mi spiegassi il perché tu conducessi quel tipo di vita, acciocché io, scoprendo la reale motivazione di quella scelta, potessi favorirti in qualche sostanziale, concreto aiuto…”, e “…non stavo…volevo…”, è sempre fra’ Claudio a illuminarci, “esprime l’imbarazzo per sussurrare, con un filo di voce, ”. Devo aggiungere che oggi i clochard avranno pure altri, migliori abiti, rispetto a quelli che indossavano un tempo, ma è certo che il loro arrendersi nella battaglia della vita, è tutto sommato lo stesso di allora…nel mondo nulla è mutato, l’allontanamento collettivo dal bene supremo che è Dio…”.

Il turbamento d’animo capita allorché affiora il timore di Dio o il proposito fermissimo, che ha un preciso trono nelle memoria, di non offenderLo, a costo di una tattica antidemoniaca che preveda perfino la strategia di addormentarsi prima che sia il vizio ad addormentare, definitivamente, il nostro vigore, appena abbozzato sul pentagramma; anzi, abbiamo sconfinato sulla proprietà dei Freud, e il cane, nel loro giardino, già abbaia. La rapidità del sopruso non restituisce vis comica, e la visione non è poi così apocalittica, sebbene il nostro pudore indietreggi sensibilmente, guadagnando terreno. Ci tratteniamo, nella foga, dal rimuovere le pagine più belle del Vangelo, allorquando, vigili, immergiamo la costante attenzione nel pericolo di ustionarci al fuoco dell’esitation stress, ed è allora che…non ci bruciamo. Cerchiamo, ormai con il lumicino, grandi uomini. Non vogliamo e non possiamo spazzare le pagine sublimi del Vangelo, che occupa i nostri codici cromosomici. Pur temendo di essere sepolti da quell’acre polvere, soffocante, della secolarizzazione, in un momento di lucidità, dissolta in “lucid dream”, ci riappropriamo di scintille mnemoniche per interagire con la coscienza, o dell’estasi sufficiente a vedere eterno:” (Mc, 4,40).

Il sesto “connubio con il sole” dell’album più trascurato del progressivo italiano è “La canzone del padre”, incentrata sui conflitti generazionali. Sappiamo che è stato un episodio canoro assai metabolizzato da Claudio Canali, essendo un capitolo riguardante il suo, di conflitto. La gestazione è stata soffertissima, prima-durante-dopo il parto compositivo, che è e rimane un pesante atto d’accusa, per giunta declamato in prima persona, contro il versante prettamente istituzionale, dalla famiglia alla scuola, il versante oscuramente ottuso, quello che procede per schemi rigidi e che si ostina a non voler ascoltare le ragioni del ragazzo che di lì a poco sarà uomo. Quello che non tiene ben conto delle problematiche proprie della delicatissima fase che caratterizza, per svariate motivazioni collegate anche a naturali fattori di sviluppo fisico e psichico, l’età adolescenziale e post-adolescenziale, con le conseguenti crisi ed inevitabili frustrazioni, inscindibili dal resto, in special modo dall’inserimento spesso traumatico nella fatidica società, fatto salvo il rapporto con gli altri. E’ una canzone, comunque, destinata a pesare tonnellate sulla coscienza di chi la scrive, perché uno sfogo non costituisce un giudizio duraturo e irrevocabile, facendo parte di un periodo passeggero della vita di un uomo. Per tale motivo, dobbiamo prenderla con le pinze, calandoci nelle specifica situazione in cui si trova obiettivamente il “virgulto”, in un certo senso giustificato per la rabbiosa grinta della sua spontanea reazione agli ostacoli che incontra sul cammino della crescita verso una maturazione che non tarderà, e che temprerà quel ferro rovente in una foggia congeniale alla forma mentis, frutto del karma di ciascuno. Lo sfogo combacia, pertanto, con un insopportabile disagio del giovane, che trova conforto temporaneo nell’uso di parole dure, spesso eccessive e sproporzionate, dichiarazioni irrispettose contro coloro che vengono ritenuti responsabili delle sofferenze e delle incomprensioni. La sezione di partenza de “La canzone del padre” , autentico sfogo musicale, è introdotta da rumori di temporale in arrivo, tuoni da brivido immessi nell’aria da un “Baffo” Banfi in gran forma, puntualissimo nel curare le giuste atmosfere in relazione alle argomentazioni via via trattate. Come una vera ossessione ritornano alcune parole del padre severo che, di fronte all’entusiasmo del ragazzo che mette tutto il proprio ardore nell’incontrarsi con i compagni della sua banda musicale per provare brani nuovi al canto, al flicorno e al flauto, usa toni da caserma per richiamare alla realtà il figlio che, a suo parere, si lascia travolgere troppo prematuramente dai “sogni di gloria”: “Canterai un po’, crescerai un po’, poi vedrai o no”. Il ragazzo trova urticanti queste previsioni sul futuro di successo o di fiasco, che il padre così scopertamente gli prospetta. Il genitore è visto come persona indelicata, arrogante, impicciona e, soprattutto, incompetente e presuntuosa, credendosi all’altezza di smorzare gli entusiasmi e, quindi, nel diritto di svilire in partenza le potenzialità artistiche, in subbuglio con le idee creative in fermento, che esigono proprio in quel frangente, massima libertà di esercizio, concentrazione, metodo, stile, equilibrio, elementi tutti che il cantante-compositore ritiene compromessi dalla scriteriata arroganza del padre, frettoloso e inopportuno nel mettere in guardia il figlio dalle malaugurate conseguenze di una…irrefrenabile “montatura di testa”. Questa “posizione dalla cattedra”, autoritaria all’inverosimile, viene giudicata proprio male: il pretesto di insegnare “come vanno veramente le cose della vita” sta stretto al cantante che si lancia a criticare la scuola: ”…quei banchi di scuola che per anni ho scaldato, come si vive non me l’hanno insegnato…” . Viene altresì esaminato il difficile menage familiare in vista dei risultati, il profitto scolastico, l’esito degli studi, attraverso i sospetti, le diffidenze, le acredini:”Ricordo mio padre, si sentiva ingannato, aveva paura ch’io fossi bocciato”. La tipologia dell’andatura armonico-vocale è di eccezionale efficacia, ricalcando specie di cantilena che fa il verso, in modo irriverente, alle lagne insofferenti tipiche di un’educazione tradizionale, con tutte le sue insopprimibili “solfe”, con tutti i suoi “triti e ritriti in doppio brodo”. In verità, in questa pittoresca scenetta, risulta la perfetta descrizione dell’ asfissiante figura paterna, che il figlio immedesima nell’autorità-ficcanaso, nel potere costituito in seno all’intimità del nucleo familiare: il ruolo di un padre così invadente viene esorcizzato, dalla canzone meravigliosa del B. per l’Inf., e respinto quale minaccia seria per una corretta e naturale formazione dell’essere umano, che proprio nella famiglia dovrebbe trovare una solida base, un modello, o meglio il modello, anziché un direttore, “un grande capo”, un despota, padrone assoluto delle “condizioni metereologiche”. Ma i solchi del disco si avviliscono, ulteriormente, davanti ad un inaspettato deterioramento dell’ambiente familiare, che lungi dall’essere punto fondamentale della formazione della personalità in fieri del ragazzo, si abbassa quasi a sito repressivo, mattatoio delle giovanili aspirazioni. Abbiamo qui sostanzialmente riprodotta una secolare antinomia tra la libertà, espressa dal Rock, e la logica tradizionale contenuta nel noto proverbio napoletano “Mazz e panell fann e’ figl bell, panell senza mazz fann e’ figl pazz”. Il brano, a rotta di collo, degrada sempre più in basso, come avesse rotto i freni di una qualsivoglia ritrosia per la moderazione, divenendo quasi denuncia penale. Il racconto ne risente, introducendo un cattivo gusto amarognolo, tra lingua e palato. La trama trascende in particolari in cui si affaccia, purtroppo, anche la violenza : ”…poi mi picchiava e gridava ubriaco: ”. Pugno nello stomaco, veramente mozzafiato, drammatico nel panorama italiano di tutta la musica progressiva, (ancor più “deleterio” de “La donna e il bambino” dei Dalton, de “Il capestro” di Fabio Celi e gli Infermieri e di “Gil” dei Jumbo). Si resta davvero di sasso, disarcionati dal dramma psicologico vissuto dal figlio come conseguenza dell’imprecazione paterna, pari ad una bestemmia contro il decoro filiale: ”…questa sua frase ce l’ho ancora dentro”. Invece di sentirsi protetto e rispettato, il figliolo avverte di essere sempre più abbandonato:”E poi si avverarono le sue vecchie paure e convinse mia madre che non ero un buon figlio”. A tale stato di cose il giovane reagisce con l’intenzione di fornire una prova immediata di quel che vale ”…mi ritrovai solo con la mia rabbia, a voler dimostrare che non ero coniglio”. Gli scatti di rabbia sono impressi sulla roccia da un temperamento potente, la chitarra elettrica Gibson Les Paul di Marco Mainetti traduce alla lettera lo stato d’animo esplosivo, coriaceo nel dispensare sbalzi di rumori straripanti ed invadenti sugli spalti, ad arginare le stoccate poderose di “Baffo” Banfi al mini-moog. L’alluvione sonora, che impazza, irrora Canali senza mezzi termini, noncurante della pressione sanguigna alle stelle, tenuta sotto controllo soltanto dal basso Fender, impudico, di Fausto Bianchini, che manovra, con imperturbabili telegrafi, le direttive eque della batteria (carica) Ludwig di Mauro Gnecchi, già prim’attore nel LP della Trident. E’ comunque Giuseppe Cossa, a tener banco, con l’organo Hammond “modello L100”, su ogni asperità di tempo, capillarmente “previsitato” dal “Baffo”.

Canali prosegue, imperterrito, a scucirsi il sacchetto della bile, riversando ogni genere di disamore sull’ascoltatore, che inorridisce per il brutale elenco di impressioni negative che si soffermano, nella parte centrale di questo penultimo, lungo brano, sul proprio orgoglio, stracciato sul viso del padre, sulla propria volontà, sulla determinazione di avere creduto fino all’ultimo alla proposta artistica e di aver fatto “concerti a migliaia” , pur affermando di essersi impantanato nel periodo di magre raccolte, con il successo ingloriosamente ambito a causa dell’atteggiamento ostico e diffidente di un pubblico esigente ed intransigente, difficile da accontentare. Pubblico spesso freddo, e indifferente ai sacrifici di loro musicisti: “con la gente che pensa…che crede…che guarda…”, ma in fondo “non vede tutto quello che qui veramente succede, se ti guardi attorno trovi schifo e paura”. E’ la non curanza l’arma che ferisce maggiormente, oltre il dolore morale subito a causa degli incassi che “son magri”: ci si sente allora svuotati di ogni energia e ci si vede sommersi da ogni sorta di problemi, da quel senso di colpa per non avere accettato il compromesso di “cantare come un cane ammaestrato”, magari in Conservatorio, sotto la guida di un Direttore d’Orchestra, proprio come da fantasie paterne, che avrebbe sognato per il figlio una carriera secondo i canoni classici dello studente modello…ma “ti ho odiato, padre, perché non capivi che la mia vita non è un tuo programma”. Riemerge qui, in tutta la sua esuberante freschezza, il senso di libertà, il senso di sfrenatezza nel gridare al mondo la volontà di sentirsi vivi nel pronunciare il proprio sentimento senza catene, che da sempre ha pervaso il musicista rock, santone insuperato nel fare di testa sua, anche a costo di pagare duramente di tasca propria le conseguenze degli errori commessi. Stupisce infinitamente la successiva strofa, compendio delle amarezze ingozzate in prima persona, che il futuro frate canta fuori di se: “Ti ho odiato, padre, perché maledivi chi era più in alto di noi qualche spanna”, aspetto straordinariamente sorprendente, in linea con una ipotetica, coerente linea di condotta, adottata in oggi da un religioso che reagisse a una bestemmia o contro un atto sacrilego. Mi soffermerei, inoltre, a riflettere sul rispetto che il cantante, in tale passaggio testuale del brano in esame, dimostra di nutrire limpidamente, già in allora, per il Padre Celeste, che, secondo il compositore di questa meravigliosa canzone-sfogo, ossia Claudio Canali medesimo, non avrebbe potuto mai e poi mai essere offeso e maledetto da nessuno, neanche dal genitore più arrabbiato!!! Nella parte conclusiva della canzone, si registra un capovolgimento di giudizio sulla figura paterna, cosa che riesce alquanto patinata, per via di un’ improvviso afflosciamento critico della figura paterna , a rincarare, ciò malgrado, la dose sull’anziano, colto impietosamente sulle luci e sulle ombre di un comportamento spietato, contraddittorio, se vogliamo, ma sostanzialmente denso di affetto per il figlio, quasi a ricordare che trattasi sempre “di sangue del proprio sangue”:”E oggi invece mi fai tanta pena, però almeno tu hai una vita serena…” Come si vede, il rancore verso il vecchio si attenua in una pietà velata, forse da una goccia di rimorso, che pian piano prende corpo fino a imporsi nei paralleli abbozzati tra la vita dell’anziano, certamente serena, e quella del cantante, costantemente tormentata, movimentata, agitata nelle peripezie dei continui spostamenti per i festivals pop organizzati nelle penisola: “…e quando mi vedi, godi far lo spaccone: ”. Si intuisce facilmente, già dall’impostazione vocale, secondo me dolcissima, il pentimento del figlio per la valanga di sferzanti parole abbattuta sul padre, un “restringimento del cuore” che prende il sopravvento sulla nostra sensibilità di estimatori del prog, subissato, in tale frangente, di contrasti logici, emotivi, molto forti, molto adatti ad imperlare il coloratissimo abito di questo tipo di musica che ti modifica l’animo, che ti accende di un misto di speranza e malinconia, scacciando i fantasmi di una stasi sentimentale, capace di portare alla depressione, alla pazzia, o al punto di non-ritorno dell’illusione da droghe e affini, tagliole mortali in cui, purtroppo, sono cadute moltitudini di ragazzi. La contrizione, che avvince, in Canali e soci, è la vera rivoluzione del sentire, dell’avvertire di colpo che l’aria la si può davvero cambiare con le energie spirituali che hai dentro, e che riesci a cacciare fuori, impedendone l’atrofizzazione mediante la solita, meccanica, deviazione dalla retta via. E’ un cambiamento di rotta coraggiosissimo, perché la forza contenuta nella sincera compunzione, dimostra che puoi trasformarti con le tue stesse mani, e non è cosa da poco, in quanto catapulti il tuo io in terre ricchissime, dalle risorse praticamente infinite. Si crea un attrito tra una corrente originaria, quella che ti attanagliava in un giudizio univocamente negativo nei confronti di colui che ti mise al mondo, ed una successiva, inventata da te sul momento e che è gratificante provare di possedere e dominare, estraendosi, dalla materialità rozza delle azioni fin lì commesse, un qualcosa di elettivo, di spiritualmente positivo, di idealmente grandioso, che comincia ad impregnare l’atmosfera e a farti toccare, paradossalmente, una dimensione diversa dalla minestra di tutti i giorni, una dimensione che non è ancora del tutto immateriale, e nella quale, però, cominci a realizzare che è fattibile vivere NON DI SOLA MATERIA.

Ne “La canzone del padre” del B. per l’Inf. c’è tutto questo, sussiste una specie di controcorrente, idealizzata nel pentimento per gli atti pesanti di commento negativo verso tutto quello che ha fatto di bene tuo padre nei tuoi confronti e che tu non capivi, che ti prende alla gola e ti fa propendere per una sorta di suicidio morale, ossia per una mossa definitiva verso il tuo passaggio dalla visione malvagia alla posizione autopurificatrice, nel bene incontrovertibile. Ecco spiegata la radicale metamorfosi nello spirito di un grande uomo come Claudio Canali, da cantante a frate eremita. Metamorfosi, che ha avuto la sua attivazione e il suo compimento, attualmente in divenire, grazie ad una forza spirituale incommensurabile, universalmente denominata “Spirito Santo”, contro cui si rimane assolutamente impotenti al voler ricambiare rotta, allo sfuggire alla preziosissima influenza (cfr. “La perfezione consiste nel fare la Sua volontà, nell’essere ciò che Egli vuole che siamo” – da “Storia di un’anima” di Santa Teresa di Gesù Bambino). Ne “La canzone del padre” c’è tutto questo: è adombrata, in chiave moderna, la parabola del Figliol Prodigo, mai sprizzati così tanti stati d’animo, in così poco spazio! Distanze emozionali surreali, così nascoste e personali, non se ne sono mai vedute in una canzone e, a ben guardare, c’è una riserva di tenerezza mastodontica, pur nel mezzo di una piena “amore-odio”, se vogliamo comprensibile nelle fragilissime scorribande di un’educazione autoritaria, tradizionale, all’antica, nel “campo nomadi” di un vivace carattere in cantiere, un figliolo che si crede artista emergente spaccatutto, ribelle ad accettare imposizioni di ogni tipo, refrattario a mandar giù la pillola della presenza “rompigliona” di un padre deciso a fare, alla sua maniera, il bene del figlio, all’insaputa di questi. Anche l’uomo comune , nel suo affannarsi quotidiano, crede che il Padreterno gli abbia riservato solo disgrazie nel donargli l’esistenza, ma non è così, non è questione di “heart of stone”!!! Nel velamento amorevole della verità, si riflette il rapporto Padre-figlio, nell’asse di verticalità dogmatica Dio-uomo, diffusamente presente nelle parole sacre contenute nel Vangelo: ”…da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri (Gv. 13,35). E che Claudio Canali sia stato discepolo anche di un grande maestro terreno, viene confermato da quanto lui stesso scrive nel capitolo “I genitori”, del suo libro autobiografico, tutt’oggi non pubblicato, “Il tempo della semina”, capitolo che suggella il suo “Not a second time” e che qui riportiamo relativamente alla parte riguardante suo padre: ”Il mio povero papà le provò tutte, le buone e le cattive, e certamente le preghiere, ma non c’era nulla da fare. Mi regalò una moto, usava modi cortesi, e un giorno, per accaparrarsi la dovuta “simpatia” e per sciogliere i modi gelidi della mia ignoranza, che a volte ci dividevano, ricorse a uno stratagemma che sul momento portò serenità e allegria. Suonò il campanello di casa, e quando andammo ad aprire, c’era lui travestito da capellone yuppie, con tanto di parrucca, ciondolo pendente dal collo e chitarra, e quando chiese di me, mia madre e i miei fratelli risero di cuore. Risi anch’io, si, ma in fondo al cuore mi rimase, tra lo stupore e la meraviglia, il sentimento del suo amore per me, l’amore di un padre che le provò tutte per raddrizzarmi le strade. Ma ricordo anche che, non era nel suo carattere, ma sapeva prendere decisioni dure se ne era il caso. Una volta che rientrai tardi, trovai la porta chiusa. Da tempo c’era una situazione che per loro era insopportabile, bussai…nulla! Pensavo:. Non pensai ad altro che ad un sopruso, sentivo che loro erano in casa, allora come un animale inferocito bussai violentemente per un po’, ma non mi aprirono. Ritornai in me all’arrivo della camionetta dei Carabinieri, che mi presero e mi portarono in caserma e dopo mezz’ora di attesa, mi fecero sedere in ufficio e mi chiesero perché mi fossi comportato così: era mio padre che li aveva chiamati. Spiegai la mia situazione, dicendo che non avevo nulla contro mio padre, anzi…ma, purtroppo avevo agito in quel modo. Mi rilasciarono con un’amorevole ammonizione. Tornai a casa, cercai di risolvere la situazione andando anche a dormire fuori, sugli scogli del molo, nel negozietto, ma le cose non cambiarono. Il Signore dice:, infatti i miei passi senza il suo aiuto, che avrei dovuto chiedere, erano in una direzione sbagliata e non servivano a nulla> ”.

L’atto finale dell’album–fantasma del B. per l’Inf. è una traccia strumentale appena delineata, eppure acutamente sintomatica, della spiccata attitudine di questi ragazzi a sciorinare rock di sostanza e di classe, con disinvoltura estrema: il brano, “Senza titolo”, è una summa della loro poetica musicale, fondata principalmente su un gergo schiettamente diretto, bollente, mirato al raggiungimento di un comfort acustico subitaneo, che riesce mirabilmente riposante e, insieme, serenamente frizzante. Partendo da un tocco fortemente metallico della chitarra elettrica, esso si stratifica in un susseguirsi di proiezioni “a cascata”, scarne ma essenziali, eloquenti già nello sviluppo della trama, lavorata a puntino da un rullare di tamburo cucito, con gusto, addosso ad uno schema familiare d’estrazione classica, il bolero, istigato, fino al midollo, da rock seminale, della migliore tradizione, angolato, smussato con abilità insuperabile, sfociante in trepidanti effetti di raro equilibrio formale. Sono due frasi principali in successione a rincorrersi, in uno slancio costruttivo, fuso nell’ideale dispiegamento delle energie più vive, esprimenti un feeling acerbo quanto accattivante, privo di tappabuchi, smaccatamente originale. Le frasi non mollano, per tutta la durata del brano, il piede dall’acceleratore ritmico, contemplato da una chitarra-basso estirpata dalle plaghe desertiche degli anonimi, silenziosi sottofondi, ed innestata, con speciali cerotti anti-rigetto, sul tessuto pseudomelodico del tocco armonico del legnoso manico alle corde, colte sul punto di infuocarsi. Le rade battute, ripetitive, vengono sistematicamente edulcorate da un flauto traverso mai prono, disposto a cedere giammai un grammo del suo peso specifico, caratterizzante l’intero, superlativo, “parco macchine”. I sottilissimi fili sonori brulicano, opportunamente “trattati”, negli ingranaggi tritainsulsaggine, di fabbricazione hendrixiana, per una totalizzante omogeneizzazione dei riff spurgati, semplicissimi quanto indimenticabili ( ). Così che, alla fine, ci troviamo rivestiti a nuovo da un sound di cui andiamo fieri, omogeneizzato millimetricamente, con gli stilemi più onorabili dell’hard rock europeo, primo tra tutti quello del “Tiger rock” di Tiger B. Smith. Tra le maglie di un mantello così comodo, avvertiamo i brividi, non termici, ma emotivi, del nostro modo di parlare, del nostro modo di interpretare la vita, con quell’insostituibile velo di speranza, di libertà, di amore. E’ il momento in cui le due frasi diventano un solo, impetuoso inno, istante supremo nel quale il motivo secondario, d’accompagnamento al refrain contenuto nel principale, intercetta e raggiunge, in ascensione, quest’ultimo, mischiandosi ad esso, come un’onda a un’altra in un estuario, rompendo l’apparente monotonia del pezzo, stuzzicante. La cadenza, in ultimo, si tuffa in un “largo” che regala il respiro ideale alla sfumatura totale, inebriante, esorcizzata dal “colpo della strega” verbale, dalla trasfigurazione dei pensieri, dal codazzo istintuale. Può tranquillamente sostenersi che, le due frasi di questo “canto-incanto del cigno” del B. per l’Inf., sono l’una la continuazione dell’altra, a simboleggiare, in forma di musica, la predizione che vedrà nella realtà dei fatti, come tutti sappiamo, la mutazione graduale e profondissima di un rockettaro in fraticello, di “un agitato da palco” in eremita. Cornice d’oro per un quadro d’oro.

Deve essere sottolineato che l’ “ametista” che abbiamo or ora illustrato è contenuta esclusivamente nel microsolco a 33 giri, che nel 1992 la sanremese Mellow Records sfornò in edizione limitata e formato gatefold, risultando invece assente, per insondabili motivi, sia sulla edizione, di quello stesso anno, in supporto digitale della Casa Discografica ligure, sia sul CD emesso sul mercato più recentemente dalla rediviva Trident.

Ma c’è di più…un ottavo brano di rock puro, purtroppo irrimediabilmente perduto, non registrato per mancanza di tempo, ma provato di corsa, al massimo tre quattro volte, in barcollanti, estemporanee occasioni, dal titolo “Il sole splende per tutti”, affrontava apertamente i mali sociali, analizzandoli con occhio obiettivo ed in codice eminentemente trascendentale, per arrivare alla conclusione, genialmente moralistica, che, superata pazientemente la trafila delle inevitabili sofferenze dovute alle travagliate esperienze terrene, altrettanto puntuale sarebbe giunta per ogni uomo, degno di tal nome, il meritato premio, sotto forma di luce eterna. Dal lato eminentemente morale-musicale, sembra che questo “manoscritto dissolto dal tempo e dalle supposizioni” presentasse qualità organolettiche sue proprie, non facilmente etichettabili e raffrontabili con i modelli coevi, pezzo rock sperimentale dunque, figurativamente avvicinabile a una teiera londinese scoppiata, per la temperatura elevatissima del suo contenuto, allo scoccare del five o’ clock. Ma sorbiamo dalla viva voce di Fra’ Claudio questa mitica bevanda, puro nettare inusitato per i nostri rinsecchiti padiglioni auricolari: .


DISCOGRAFIA – 33 Giri/45 Giri/CD

33 Giri (LP)

1974 BIGLIETTO PER L’INFERNO Trident TRD 1005 Euro 800,00

Pubblicato nell’Aprile 1974 dalla milanese Trident Records S.R.L., l’LP “Biglietto per l’Inferno” presenta una confezione a busta, non plastificata. Il front cover è costituito da un pregevole lavoro, parrebbe una fotolitografia, firmata da Caesar Monti, grafico veterano del mondo discografico, da una fotografia in bianco e nero di Claudio Canali nell’atto di saltare, con una lancia tra le mani, posta orizzontalmente appena sopra il viso, forse in procinto di essere spezzata, quasi a simboleggiare la rottura del patto con il diavolo e, insieme, la sintesi del ragionamento di “guerra dichiarata alle forze del male”, estesamente illustrata nei solchi di un disco decisamente anomalo, comunque affascinante nel panorama dell’hard prog dell’Italia dei ’70. L’immagine, occupante la parte centrale della copertina, è inserita all’interno di un’ipotetica scatoletta di cibo conservato , modello tulip, scatola completamente aperta sul suo lato superiore da una mano, sita nell’angolo alto a destra, che afferra la chiavetta, con la superficie laminata arrotolata su se’ stessa. In basso, sotto la figura del cantante compare la scritta, sempre in b/n, “Biglietto per l’Inferno”, risultando assente ogni ulteriore riferimento, sia per quanto riguarda la Casa Discografica, sia il numero di catalogo. Questi dati sono, però, posti nella parte inferiore della back cover, nello stesso sito della scritta sopra indicata, riportando in elenco, precisamente, nell’ordine, dall’alto in basso: a) il logo della Trident, formato da un cerchio all’interno del quale si riconosce la testa del dio del mare, il barbuto Nettuno con, a fianco, il tridente, b) la distribuzione affidata alla Fonit Cetra c) la sede legale della Casa torinese d) il numero di catalogo del microsolco, “TRI 1005” e) la scritta “Foto: Caesar Monti” . Le novità ulteriori rispetto alla front cover, sono nell’ assenza della mano, nell’angolo superiore destro, e nell’immagine di Canali, qui riprodotto sempre in aria, con la lancia spezzata tra le mani, ed il viso totalmente tirato all’indietro, a rimarcare la contrazione nello sforzo. Sicuramente, tra le più belle copertine mai realizzate in Italia. All’interno, le prime copie del disco avevano un inserto in cartoncino, a cura della Trident, che presentava l’opera in quindici righe, ed indicava i nominativi dei musicisti, con i rispettivi strumenti, quali “I viaggiatori per l’inferno”. Altra particolare curiosità viene dalle scritte poste a fianco a Claudio Canali, ossia “Voce, percussioni, flauto”, essendo da sempre risaputo che Mauro Gnecchi, che comunque compare, fosse l’unico batterista e percussionista del gruppo.

La data di stampa stampigliata alla fine dei solchi di entrambe le facciate ( run off groove ) è “28/3/04”. Il logo, già descritto più sopra, presenta sul side A il disegno, di colore argento, del dio Nettuno a tutto campo, con sfondo blu indaco. Sul side B, di pari colorazione, sono invece riportati i titoli dei brani delle due facciate, con i rispettivi autori e, in dimensione ridotta, il logo, questa volta modificato, ossia con il solo tridente, senza Nettuno.

Da ricordare, infine, la pubblicazione, contemporanea al LP, dell’audiocassetta ( TRD 1005 ), recante titolo diverso rispetto al LP, ossia, con l’aggiunta dell’articolo indeterminativo “un”, “Un Biglietto per l’Inferno”.


45 GIRI

1974 UNA STRANA REGINA/CONFESSIONE Trident TRN 1005 Euro 350,00

Rarissimo singolo, estratto dal LP, allo scopo di “promuovere” sul mercato discografico il bellissimo album, pubblicato alcuni giorni prima. Alla fine dei solchi delle due facciate è, infatti, stampata la data : 10/4/74 (run off groove). La copertina del front cover è esattamente identica a quella del long playing, mentre la back cover, a differenza del 33 giri, contiene soltanto scritte, e più precisamente, dall’alto in basso : a) “Biglietto per l’Inferno”, in stampatello e b/n b) il titolo del brano contenuto nella facciata A, ossia “Una strana regina” c) il pezzo del B side, “Confessione”. Inoltre, nell’angolo superiore destro, compare il logo in b/n della Trident, con Nettuno e il tridente. In basso, angolo sinistro, in elenco, dall’alto in basso, leggiamo “Produzione : Maurizio Salvadori”; quindi : “Edizioni : Usignolo”; quindi : “Distribuzione : Fonit Cetra”. Infine, nell’angolo inferiore destro, abbiamo la scritta “Trident srl” (prima riga), cui segue l’indirizzo della sede milanese della società (seconda riga). Il vinile presenta logo di colore nero con scritte argentate, con i titoli, il numero di catalogo del singolo, gli autori. All’interno del cerchietto del marchio, troviamo il tridente, senza Nettuno e, lungo la circonferenza parte- interna, il nome della Casa Discografica.


CD BIGLIETTO PER L’INFERNO

L’edizione digitale ( Vinylmagic – VM 006 ), pubblicata nel 1993, contiene, oltre a foto del gruppo e ai testi delle canzoni, un brano in più rispetto alla edizione in vinile, essendo stata inclusa l’inedita versione strumentale di “Confessione”. Il CD ha avuto, in seguito, diverse stampe, tra cui, in ultimo, una deliziosa edizione cartonata (digipack), sempre con grafica originale. Inoltre, ancora in CD con copertina cartonata, è reperibile sul mercato, il “Live 1974 Biglietto per l’Inferno”, di notevole fattura per l’ottima qualità della registrazione, ulteriore testimonianza della assoluta professionalità e dell’elevatissimo livello artistico di questi musicisti nostrani, anche nella dimensione del concerto rock ( BTF – BG 003 CD ), prodotto contenente sei brani complessivi, ossia “Il tempo della semina” e le cinque composizioni del long playing della Trident.

 

33 GIRI (LP)

1992 IL TEMPO DELLA SEMINA Mellow Records MMLP 103 Euro 180,00

Registrato verso la fine del 1974 negli Studi Regson di Milano, è stato pubblicato in limited edition dalla sanremese Mellow Records nel 1992. La confezione di questa ormai rara edizione vinilica è gatefold, con copertina elegante, occupata da una illustrazione a colori ispirata alla Divina Commedia di Dante Alighieri, “Hell, Canto 18”, della quale non è indicato l’autore. Trattasi di uno spaventoso scorcio pittorico dell’Inferno dantesco, Ottavo Girone, con la terribile scena di un demone, raffigurato nell’atto di arpionare l’anima di un dannato, assegnato alla Bolgia degli adulatori e dei seduttori, che annaspa nelle acque del “fiume nero di pece”. L’immagine si estende anche nella back cover, per circa una metà della superficie destra della stessa, lasciando libera la sezione sinistra, dal sottofondo giallo ocra, su cui son disposti, nella parte superiore, da destra a sinistra, il titolo del LP, il nome del gruppo, entrambi verticalmente disposti, e una significativa fotografia in b/n della formazione, con Claudio Canali in evidenza, nell’atto di urlare e falciare in aria, con il vistosissimo attrezzo agricolo nelle mani. Nella parte inferiore, si notano, oltre al numero di catalogo del disco ed al logo della Casa Discografica, la “executive production”, l’indirizzo della sede sanremese della Mellow Rec., il sito Internet e l’E-mail. All’interno della copertina gatefold, un’unica, meravigliosa istantanea in b/n del gruppo, “in azione” su un palco all’aperto, durante una esibizione “live”. La busta contenente il vinile presenta, su un lato, i testi dei sei brani cantati, disposti tra ben sette foto in b/n del gruppo e dei componenti; sull’altro lato, al centro, i titoli, suddivisi per facciata, i nomi dei musicisti, con la rispettiva strumentazione. Più sotto, a concludere, compaiono, in due righe, le scritte : a) “Tutti i brani composti da Canali-Cossa” e b) “Foto di Caesar Monti”.

Sul lato A del vinile, troviamo, senza alcuna scritta sovrapposta, la riproduzione della stessa scena dantesca della front cover, mentre, sul lato B, sono estesi, su sottofondo giallo, il logo della Casa Discografica, rappresentato da una sezione di un limone, il numero di catalogo, i titoli, gli autori. Su entrambe le facciate, è assente, alla fine dei solchi (run off groove), qualsiasi riferimento a date.

Due curiosità: 1) Se fosse stato pubblicato nel 1975, con tutta probabilità, “Il tempo della semina” avrebbe avuto la produzione dell’amico Eugenio Finardi; 2) Se nel 1975 non fossero stati prematuramente chiusi, per difficoltà economiche, i battenti della Trident Records Srl, sarebbe stato pubblicato, dalla casa milanese, non solo il LP “Il tempo della semina”, ma anche un singolo, da esso estratto, con i due brani “L’arte sublime di un giusto regnare” e “Solo ma vivo”.

CD IL TEMPO DELLA SEMINA

Come già precisato nell’articolo, risultano a tutt’oggi pubblicate due edizioni in digitale, non cartonate, de “Il tempo della semina”, l’una, del 1992, dalla Mellow ( MMP 106 ), l’altra, recente, dalla Trident ( TRI 1009 ), entrambe con art-work differente, tra loro ed anche rispetto all’ edizione in LP, ma riproducenti in comune, sulla front cover, la suggestiva, descritta, “foto di gruppo con falce” di Caesar Monti, sita sulla back cover del trentatre della Mellow. Inoltre, mistero dei misteri, entrambe le edizioni in digitale contengono, in meno, la traccia strumentale denominata “Senza titolo”, rispetto al 33 giri pubblicato nel 1992 dalla Mellow, che la contempla quale ultimo pezzo, il 7° per la precisione, nel B side. Per una volta tanto è, quindi, sovvertita, a favore del LP, la prassi del “bonus track”. Altra rilevante curiosità è che, a differenza di quanto indicato nel LP Mellow, nel CD Trident tutti i brani vengono accreditati al Biglietto per l’Inferno, anziché a Canali-Cossa.

Articolo – Intervista - Discografia di PIO DE BELLIS